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Un posto all’ombra

“Se invece si trattasse di una proposta che lei non potrà non accettare?” Artico si sporse verso il suo interlocutore senza perdere il sorrisino inquietante.

La tensione, che per un istante aveva trovato di meglio da fare, strisciò nuovamente lungo tutto il sistema nervoso di D’amato, scusandosi per l’inopportuna distrazione e procurandogli una certa rigidità ai muscoli dorsali. Il consulente “molto speciale” dei Servizi sollevò un singolo sopracciglio, un vezzo a cui ricorreva per dimostrare che aveva un controllo assoluto di sé e di quello che lo circondava. “Il solito problema degli Alfa.” Pensò. “Mettine due nella stessa stanza e non potrai evitare che mostrino i muscoli e ringhino, anche se nelle vicinanze non c’è nessun branco da conquistare. Probabilmente essere dominanti è semplicemente una necessità.”

D’amato restò con le gambe accavallate e le mani in grembo. “Potrebbe essere interessante, fosse solo perché mi risparmierebbe l’ingrato compito di sbilanciarmi…”

Artico si allungò sulla poltrona, incrociò le dita delle mani portandole all’altezza del mento. “Carissimo, sarebbe disposto, per una volta, ad ascoltare una storia.”

D’Amato socchiuse gli occhi. “Ne sarei affascinato.”

In un mondo simile, ma non uguale, a quello del ben noto paese lontano, ma non troppo, il numero di profili presenti sui social media aveva superato quello dell’intera popolazione sfondando quota 7 miliardi. Sul più importante dei network venivano pubblicati 2,5 milioni di post ogni minuto e nello stesso arco di tempo sulla Rete circolavano 204 milioni di email. Tutti avevano qualcosa da dire, il più delle volte senza una buona ragione e un chiaro interlocutore. In questo mondo lo sport di successo era Fatevi i Cazzi Miei, che contava miliardi di praticanti, ma nessuno spettatore pagante. In realtà c’era una esigua minoranza, non pagante, che aveva interesse ad ascoltare, ma era sopraffatta dal rumore di fondo creato dal vocio di triliardi di comunicazioni. Il risultato era l’impossibilità di prestare attenzione ad alcunché. I pochi attenti erano indefessi impiegati dei Servizi di tutto il mondo alla disperata ricerca di informazioni utili alla loro causa. Costoro non osavano domandarsi quale fosse la causa prima, poiché Dio pareva troppo e il loro capo troppo poco. Si limitavano a schedare miliardi di soggetti, scoprire che i gradi di separazione non era più sei, ma quattro e in un futuro molto prossimo sarebbero diventati tre. In questo curioso universo si muovevano personaggi assolutamente prosaici, gente che si preoccupava di cercare di proteggere gli interessi di organizzazioni con fini solo ed esclusivamente di lucro, dediti a capire dove andavano a finire le informazioni dei loro clienti ed evitare che creassero problemi. Tra i tanti, c’era Philip, un oscuro lavorante del settore, che alla sua oscurità ci teneva molto, perché nel suo ambiente essere troppo visibili significava piazzarsi un pallino rosso in fronte con la scritta: “Per diventare famosi colpite qui.”

Philip era un serio professionista e la sua costante lotta con orde di praticanti del Fatevi i Cazzi Miei, lo aveva spinto negli abissi della Rete. Aveva seguito le informazioni precipitare dalla superficie verso le profondità del network e in questo processo aveva osservato come venivano filtrate, depurate da tutto quanto era inutile, per poi depositarsi sul fondo. Questo straordinario lavoro di purificazione era opera dei batteri della Rete. Decine di migliaia di piccoli e grandi delinquenti che campavano su truffe on line, estorsioni tramite ransomware come Cryptolocker, furti di identità e altri fantasiosi reati, generavano come sottoprodotto delle loro attività informazioni vere. Il sistema criminale distillava i dati che cadevano dalla superficie attraverso filtri sempre più rigorosi e il precipitato si depositava nel dark web. Nessuno dei Servizi poteva mettere in campo le forze della criminalità, perché gli indefessi lavoratori dei primi erano numericamente di gran lunga inferiori a quelli messi in campo dai secondi. Come Philip scoprì, il sistema del crowfunding a delinquere non aveva un equivalente legale, che fosse economicamente competitivo per gli aspiranti “informatori”. Il meccanismo era di una semplicità imbarazzante. Un’organizzazione criminale metteva sul mercato un nuovo malware, ne descriveva le caratteristiche e le modalità di funzionamento. A quel punto chiunque poteva decidere di diventare promotore del nuovo virus secondo due diverse modalità: fare pervenire al gruppo l’elenco dei “clienti” (di solito sotto forma di lista di informazioni relative ai target) oppure scegliere di preoccuparsi direttamente della distribuzione. Per ogni cliente che veniva colpito e pagava, l’aderente all’offerta riceveva una percentuale variabile dell’incasso, a seconda se aveva svolto o meno la distribuzione. Con questo meccanismo, la criminalità organizzata creò un esercito di manovali, tutti dediti a filtrare le informazioni provenienti dalla superficie della Rete, pur di avere la loro fetta del business delle estorsioni on line. Questo era soltanto uno dei sistemi.

Philip aveva scoperto la miniera d’oro, ma a questo punto sorgevano due gravi problemi: come estrarre il materiale prezioso e, cosa molto più rilevante dal punto di vista etico, quale utilizzo farne. Decise di affrontare le questioni una alla volta, poiché riteneva inutile pensare come fosse giusto utilizzare una enorme ricchezza fino a quando non se ne disponeva. Ben presto, ma lo aveva immaginato, comprese il senso di una frase che suo nonno ripeteva spesso: “Finiscila di lamentarti del tuo mestiere, dovresti provare a lavorare qualche tempo in una miniera.” Il dark web non era indicizzato dai comuni motori di ricerca, tutte le comunicazioni erano crittografate, molti dei nodi delle reti funzionava a intermittenza per evitare di essere scoperti e, come i più rispettabili bassifondi, pullulava di truffatori, millantatori, infiltrati delle forze dell’ordine, delinquentelli e di tutta quella gente poco seria che non ha ben chiaro il senso degli affari, che tali restano anche se sporchi. Philip nel settore della sicurezza informatica era proprietario di una piccola azienda è creò un apposito gruppo di lavoro dedicato alla missione di scavare il Dark Web. Egli stesso si unì allo sforzo dei sui collaboratori dedicando al Progetto Miniera, questo il nome in codice dell’impresa, gran parte del suo tempo. Dopo alcuni mesi di duro lavoro non sapeva se ridere o piangere. Da un lato aveva vissuto momenti esilaranti, che gli avevano confermato come la realtà superasse sistematicamente la fantasia. Quando un tizio gli propose il database contenete un milione di estratti conto di carte di credito, con tutti i dettagli delle movimentazioni degli ultimi tre anni, pensò di avere trovato un piccola vena d’oro. Non poté evitare di farsi due risate quando, per dimostrare la bontà della merce, ne inviò uno e Philip scoprì essere quello del venditore, dato che utilizzò la sua casella di posta elettronica personale perché non era capace di fare in altro modo. Come poteva non farsi intenerire dalla sedicente amante del presidente della prima superpotenza mondiale, capace di inviargli una foto che dimostrava chiaramente come, proprio in quel momento, fosse impegnata in una performance erotica con il suo celebre compagno. Per sua sfortuna il suddetto leader era impegnato, proprio in quel momento, in un discorso in diretta televisiva. Le rispose con gentilezza che effettivamente aveva notato qualche esitazione nel tono della voce, ma non disse nulla in merito al membro che si intravvedeva nella foto: decisamente troppo bianco per appartenere a un presidente molto nero. Fino a questo punto si era divertito, poi ci furono momenti di profonda incazzatura, quando piccoli truffatori gli inviavano malware di vario genere cercando di infettare i suoi sistemi per poi ricattarlo, di seria preoccupazione, quando scopriva di essere alle prese con infiltrati di questa o quella polizia o di qualche Servizio alla ricerca di qualcuno da incastrare. Uno in particolare si dimostrò particolarmente insistente, tampinandolo per mesi perché gli vendesse qualcosa. Philip gli spiegò in varie lingue che non aveva nulla da offrirgli, gli inviò anche dei disegnini, ma quello non mollava e ogni tre giorni, alla stessa ora lo contattava. A un certo punto pensò si trattasse di un sistema automatico e incuriosito andò a fondo. Con una punta di sconcerto scoprì che si trattava di una sorta di call center di un Servizio e come tale organizzato. La gentile fanciulla, che riuscì a rintracciare grazie a un piccolo software scritto da uno dei suoi ragazzi (a dire il vero si trattava di un vero e proprio virus che infettò il dispositivo dell’operatrice), gli disse che avevano dei target da raggiungere: almeno cento contatti al giorno con una redemption attesa del 2 per cento di soggetti incastrati. Era molto dispiaciuta di averlo disturbato così a lungo, ma i suoi capi non gli passavano nuovi contatti e non poteva rischiare di perdere lo stipendio, peraltro da precaria sottopagata, che le permetteva a mala pena di sopravvivere in un monolocale in periferia. Philip si commosse e la invitò a un colloquio di lavoro. Alla fine la assunse con un contratto a tempo indeterminato sottopagandola, ma non troppo.

Era una valle di lacrime e Philip decise che fosse giunto il momento di cambiare approccio. Inutile cercare di intavolare trattative su chat e forum con una pletora di millantatori, era necessario prendere il controllo del mercato stesso e l’unico modo era creare un black market fatto da persone serie, dove si facevano trattative vere e si concludevano affari. Il piano era chiaro, ma come tutte le cose semplici non significava che fossero anche facili. Il vero problema sarebbero state le forze dell’ordine che, prima o poi, si sarebbero accorte dell’esistenza di un siffatto marketplace e avrebbe cercato di farlo chiudere e, possibilmente, di arrestare i proprietari. Philip voleva conquistare un posto all’ombra del Dark Web.

“Nei tempi andati un altro ne voleva conquistare uno al sole e non è andata molto bene.” Intervenne D’amato.

“Proprio per questa ragione siamo seduti nel salotto di casa mia.” Riprese Artico. “Non le sembra di intravvedere la soluzione?”

“Oh certo. E’ decisamente ben visibile e credo non sia difficile trasformarla in un accordo. Entrambi abbiamo qualcosa che interessa all’altro. Tuttavia potrebbe esserci una complicazione.”

“Già…” Artico aveva ben chiaro il problema. “Come verranno utilizzate le informazioni che saranno estratte? Questa è la vera domanda.”

D’amato, che per tutto il tempo era rimasto con le gambe accavallate, cambiò posizione, sporgendosi verso Artico. L’effetto fu quello di creare una situazione cospiratoria, ma era assolutamente secondario, rispetto al vero obiettivo che era quello di porre fine al formicolio che gli aveva preso l’intera gamba destra. In ogni caso Artico sembrò apprezzare e si pose in uno stato di ascolto. “Potremmo trovare un garante. Una persona, gradita a entrambi, che vigili su come le informazioni vengono utilizzate, in modo da evitarne usi eticamente riprovevoli.”

Artico riprodusse ancora una volta il suo sorriso un po’ sinistro, iniziando però a tormentarsi le sopracciglia. Era evidente che stava prendendo in considerazione la proposta, ma sospettava ci fosse una piccola fregatura. Alla fine ruppe gli indugi. “Immagino che abbia già un’idea in merito al possibile garante.”

“In effetti ci sarebbe una persona che potrebbe fare al caso nostro. Non mi ama tantissimo anche se ha un debito nei miei riguardi. L’unico problema è come farlo tornare tra noi.”

“Si sta attrezzando per i miracoli? Vuole resuscitare un morto.”

“No, per carità, è decisamente vivo, ma non sono certo di poterlo mantenere tale se si dovesse palesare dalle nostre parti. Se pensa sia una possibile soluzione inizio a esplorarla.”

“D’accordo. Proceda pure.”

“Bene ci sentiamo a breve.”

Artico guardò dalla finestra l’uomo dei Servizi che si allontanava. Sapeva che il presunto garante, se non una marionetta, sarebbe stato legato a doppi filo a D’amato, ma c’erano altre strade per non perdere il controllo del suo progetto, sufficientemente sottili per sfuggire a un controllo anche molto approfondito. In ogni caso doveva fare un passo alla volta: prima estrarre il materiale prezioso, poi il resto.

D’amato, sentiva lo sguardo di Artico e immaginava cosa gli passava per la testa, se non fosse stato così non avrebbe investito tutto quel tempo per reclutarlo. Fece la sua telefonata appena uscito dal portone del palazzo. “Ciao… Sì sono io… Ascolta dobbiamo rispolverare un vecchio amico che abbiamo messo al caldo… Si mi riferisco proprio a lui… E’ ai tropici… Riusciamo a farlo rientrare… Ovviamente di nascosto, vorrei riuscire a parlargli quando è ancora vivo. Perfetto, un paio di giorni vanno bene, intanto lo avviso di tenersi pronto.” Chiuse la telefonata ed estrasse la sua agendina cartacea, rigorosamente nera. Scartabellò fino alla lettera D. Compose il numero e attese: uno, due, tre, quattro squilli… Poi una voce famigliare anche se un po’ esitante rispose: “D’amato?”

“Sì, sono proprio io.”

“Non pensavo ci saremmo risentiti.”

“Come le avevo detto, c’era la possibilità che avremmo finito per rivederci.”

“Addirittura incontrarci!”

“Si tenga pronto a partire prima di sera.”

“Non è un po’ rischioso?”

“Ovviamente sì. Non sia sciocco, ma deve rientrare. Si tratta di una questione di assoluta urgenza.”

“Va bene. Obbedisco.” Il fatto di essere stato convocato sembrava avere restituito un po’ di coraggio alla vocina.

“Bravo, ci vediamo presto.” D’amato apprezzava sempre il senso del dovere di un autentico servitore dello stato.

Chiusa la comunicazione, l’ex procuratore e leader politico Giuseppe Di Roccia osservò la palma sotto la quale stava riposando e si dispiacque di stare per perdere quel delizioso posto al sole. Non sapeva ancora che ne avrebbe avuto un altro, questa volta all’ombra.

 

Alessandro Curioni

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