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Semplice non significa facile

Michelangelo Algido, non senza entusiasmo, spiegava come il proiettile avesse un basso potere di arresto a favore di una maggiore capacità di penetrazione e quindi era concepito per essere letale.

Leonardo Artico non si perdeva una parola dell’esperto di balistica terminale, in parte per l’affinità elettiva dettata dai loro nomi, ma soprattutto perché la pallottola avrebbe dovuto essere dentro il suo cranio e in fondo ne stava subendo il fascino. Il professionista chiamato da Giovanni D’amato gli mostrò il proiettile come fosse il figlio prediletto “…Questo è un oggetto da gente con le palle!” esclamò concludendo.

“Chi conosciamo che possieda quel genere di attributi?” Giovanni D’amato era apparso sulla porta del laboratorio.

“Uhm… Non saprei… Militari, mercenari, servizi segreti… Posso verificare, ma di sicuro si tratta di uno dei tre. Datemi qualche giorno e vi darò notizie.”

Giovanni e Leo lasciarono l’esperto alle sue verifiche.

“Per caso hai ritrovato la memoria? Magari il trauma ti ha fatto recuperare qualche ricordo... Particolare.” D’Amato non lo guardava e dava l’impressione che la domanda fosse rivolta più a sé stesso che a lui.

“Mi dispiace, ma continua a non venirmi in mente nessuno che possa volermi morto. Neppure la mia ex-moglie arriverebbe a tanto.” Leonardo si era preso una decina di secondi di riflessione prima di mentire per la seconda volta. La prima era stata tre giorni prima nel salotto dell’attico di Beppe di Roccia, alias Barnum, circa tre minuti prima che il proiettile perforasse la vetrata dell’appartamento e andasse a piantarsi nella colonna cui era appoggiato, a meno di cinque centimetri dalla sua testa. I traumi fissano i ricordi in modo indelebile e Leo si rammentava anche i più piccoli dettagli di quei momenti, a partire dall’annuncio di D’Amato che qualcuno lo voleva morto. Si era seduto e quando il consulente “molto speciale” dei Servizi aveva insinuato che forse proprio Leo potesse avere dei sospetti sul mandante delle minacce, si era alzato a avvicinato alla colonna al centro del salotto. Mentre mentiva, negando, con la coda dell’occhio aveva notato una bottiglia sul tavolo accanto e aveva spostato leggermente la testa per osservare l’etichetta, sospettando che si trattasse del suo bianco preferito. Così, il Cervaro, annata 2007, a suo avviso una delle migliori, gli aveva salvato la vita. I minuti seguenti li aveva trascorsi steso a terra sotto il peso della guardia del corpo assegnata a Beppe di Roccia che, nella sua nuova veste di criminale informatico, sembrava ne avesse un gran bisogno, anche se in quel momento non quanto lui. “Possiamo alzarci.” Aveva detto D’amato dopo qualche minuto, per poi commentare tristemente: “Gli informatori non sono più quelli di una volta. In passato avevi almeno un paio di giorni, adesso nemmeno un paio d’ore. Sarà uno degli effetti collaterali delle nuove tecnologie.”

 “Neppure in relazione a quella storia dello scorso anno?” D’amato lo riportò al presente, mentre uscivano all’aperto e venivano affiancati da due agenti che li gettarono in auto.

Appena si ricomposero sui sedili posteriori, D’Amato fissò intensamente Leo, sorrise, non accavallò le gambe dato lo spazio angusto, ma si poggiò le mani in grembo e iniziò a narrare.

In un paese lontano, ma non troppo, la vita procedeva tranquilla. Il governo cadeva e risorgeva dalle sue ceneri come Araba Fenice, l’opposizione vociava, il parlamento contava i giorni alla pensione, spesso senza vergogna, i cittadini erano mentalmente anestetizzati e i servizi segreti… Beh, loro agivano. Non sempre per il bene comune, ma in un mondo di ciechi l’orbo è re. Allen, il capo dello SpIA (Servizi per Informazioni Attendibili), era molto preoccupato perché intravvedeva un problema in questa storia della società dell’informazione che, fino a quel momento, tante soddisfazioni gli aveva regalato. Come poteva dimenticare tutte le elezioni che aveva gestito producendo creature apparentemente perfette, che poi si erano rivelate degli abomini,  e tutte quelle carriere stroncate in pochi click per salvare… Cosa? In quel preciso momento gli sfuggiva, ma all’epoca doveva essere molto importante. Certo, c’erano stati anche dei sacrifici necessari. A volte aveva colto i segni dell’Uomo del Destino ed era stato pronto a sostenerlo, ma alla fine gli restavano soltanto grandi delusioni. Come poteva scordare un ignoto economista che improvvisamente, grazie a una retorica ammirevole, aveva attratto un discreto consenso con il motto: “Gli italiani sono cresciuti: è tempo di raccontargli la verità.” Per la prima volta, senza rischiare il linciaggio aveva fatto breccia nel cuore dei cittadini, visto che di quelli con i neuroni attivi ne restavano molto pochi, riuscendo a fare digerire l’idea che le due generazione del Dopoguerra avevano divorato il futuro delle successive dieci. Il colpo di genio, secondo Allen, era stato mettere in mezzo i banchieri come complici del misfatto. Alla fine la terribile caduta di stile, quando aggiunse al suo slogan un imprevedibile finale: “Tutta la verità.” Così in un celebre comizio annunciò che dopo la sua elezione i servizi non sarebbero stati più segreti, ma semplicemente servizi perché al servizio della più alta causa del bene del popolo. Ma puoi? Allen versò due lacrime, mentre i suoi tecnici violavano il sistema della previdenza nazionale e facevano attribuire alla di lui moglie un’indennità di invalidità fasulla, basata su certificati medici falsi, e provvedevano ad accreditare sul conto corrente della signora una cifra con cinque zeri e un 5 davanti a saldo dei dieci anni arretrati. Bastarono un paio di post sui social network e l’ignoto economista tornò da dove era giunto. A proposito da dove arrivava? Mah, al momento gli sfuggiva. Si consolava sempre con il celebre motto di Churchill: “Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo.” Né gli uni né l’altro gli erano mai venuti a mancare. In quel momento gli sovvenne un altro formidabile soggetto, questa volta praticamente anarchico… Simpatico anche, ma ancora una volta si stava perdendo nei ricordi, che peraltro tendevano a smarrirsi da soli. Brutto segno. In realtà la sua preoccupazione attuale era quella di iniziare a raccogliere qualche frutto dallo sforzo fatto per creare lo SpIA 2.0. Oltre a tutti i fallimenti politici si poteva tentare di ottenere qualche successo in altri ambiti. Passò in rassegna le varie opzioni. Finanza? Stavano già facendo un buon lavoro da soli, se proprio non fossero riusciti ad autodistruggersi nei successivi cinque anni. Ci avrebbe pensato. Terrorismo islamico? Interessante, ma difficilissimo, come gli avevano dimostrato i fiaschi di alcuni suoi colleghi. Ormai i terroristi erano passati al marketing diretto e gli attentatori li trovavano con l’evoluzione della vendita porta a porta. Grandi mailing in cui proponevano il prodotto a centinaia di migliaia di credenti. Gli bastava trovare uno psicolabile ogni tre mesi, cosa non difficile, per raggiungere l’obiettivo: il tizio usciva di casa, faceva una strage e loro avevano una rivendicazione già pronta. Crimine organizzato? Forse questo si poteva fare. In fondo è più facile lavorare con dei seri professionisti: hanno la caratteristica di essere logici e quindi prevedibili. Si illuminò quando recuperò i dati sul giro d’affari della delinquenza informatica: 550 miliardi di dollari, poco meno del narcotraffico. Questo era pane per i denti dello SpIA 2.0, ma dopo qualche approfondimento scoprì che mancava un certo expertise in materia. Chi l’avrebbe mai detto, ma un conto era la politica, un altro il crimine. Poi, inequivocabile segno di quel destino al quale non credeva, incappò in un caso di sicurezza nazionale, che coinvolgeva una di queste organizzazioni. La faccenda si risolse grazie a un brillante, quanto oscuro, consulente in materia di sicurezza informatica. Considerando la sue recenti sfortune con quelli oscuri, cercò di rapirlo, ma con scarso successo. Sapeva che avrebbe dovuto affidare l’incarico a Lavrenzi, ma lo voleva con una valigia in mano e non dentro la valigia, quindi ripiegò su altri agenti, ma evidentemente il lavoro dietro la scrivania li aveva fiaccati. Alla fine lo reclutò personalmente, con minacce prima, corrompendolo poi e alla fine con le lusinghe, che scoprì essere il suo punto debole. La collaborazione diede ben presto i suoi frutti, grazie a Philip, questo il nome, e al suo staff. Allen, però, sottovalutò il fascino che il pupillo esercitava su di lui e trascurò la più banale delle regole: l’informazione logora chi non ce l’ha. Philip gli nascondeva qualcosa o forse no? Il tarlo si manifestò all’improvviso, senza alcuna buona ragione. Dopo la prima operazione di successo, osservandolo, mentre si congratulava con tutti, si domandò cosa sapeva di quell’uomo. La risposta non si fece attendere: troppo poco perché fosse tanto importante. Fu così che diede ordine di preparare il dossier. Non una semplice informativa, ma un fascicolo di dettaglio, una di quelle cose costosissime, in cui si segnalava non soltanto quante volte l’obiettivo andava a pisciare, ma anche quanta ne faceva. Dopo due settimane arrivò il plico e dopo due ore di lettura era preoccupato. Chiese un approfondimento e i suoi peggiori timori furono confermati. A quel punto sguinzagliò i suoi mastini. La situazione doveva essere tenuta sempre sotto controllo, gli informatori avevano l’obbligo di riferire continuamente, nessuna notizia doveva essere trascurata, fosse anche un pettegolezzo. Il tempo passava e non accadeva nulla, Allen iniziò a domandarsi se non aveva esagerato, in fondo non sempre i tuoi peggiori timori si traducono in realtà. Proprio mentre si stava convincendo che una volta tanto si era sbagliato, scoprì che ormai era diventato pressoché infallibile.

L’auto si fermo di fronte all’ingresso di uno degli uffici di D’Amato, che nel frattempo si era zittito.

“Per essere una delle tue storie, mi sembra priva del solito finale a effetto.” Leo lo stava provocando deliberatamente.

“Prova tu a trovare la giusta conclusione della storia.” il consulente “molto speciale” dei Servizi fissò Artico.

“Non saprei.” Pensava di essere sfuggito anche alle fonti di D’Amato. Questo stuzzicò la sua vanità e la bocca si increspò nel solito sorriso vagamente diabolico.

“Hai ragione e ti sbagli allo stesso tempo.” Giovanni fece un profondo sospiro. “Secondo le mie fonti non hai nemici, almeno non in senso stretto, anche se pensi che le vittime del tuo exploit dello scorso anno potrebbero essere in vena di vendette per nulla virtuali. Questo è il tuo errore. Tuttavia proprio quello che sei riuscito a fare ti ha trasformato in qualcosa che, per chi fa il mio mestiere, è una vera disgrazia. Sei una celebrità. Nel tuo piccolo o grande universo, la misura della tua fama non sono ancora riuscito a capirla, sei molto considerato, sei nella top ten, e questo ti ha trasformato in un trofeo. Sei come il leone per chi partecipa a un safari, come la volpe per chi si dedica alle battute di caccia. Molti ti vogliono morto non per quello che hai fatto ma per chi sei diventato. Chiunque ti eliminerà potrà fregiarsi del titolo di colui che ha fatto fuori Leonardo Artico.”

“Teoria interessante.” Commentò Leo. “Tutto sommato anche credibile, perché in definitiva nel mio ambiente basta poco per essere considerati dei fenomeni. In fondo in un mondo di ciechi l’orbo è re, giusto? Sono decenni che i consulenti del mio settore più pagati dalle società private sono burloni, ex criminali o attivisti finiti in galera perché la polizia è riuscita a incastrarli. Se fossi al posto delle aziende cercherei quelli che non sono mai riusciti a beccare. Quelli sono veramente bravi. In fondo la tua idea è più plausibile della mia, anche se onestamente avrei scommesso sulla mia morte digitale. Nel mio mondo se ammazzi nella realtà sei piuttosto sfigato, perché evidentemente non hai abbastanza cervello.”

“Adesso però sei a cavallo tra due mondi: il tuo e il mio. E ti garantisco che nel mio settore contano soltanto i morti che non respirano più.”

“Quindi come procediamo?”

“Semplice: facciamo credere a entrambi i mondi che in realtà non sei poi tanto bravo e nel frattempo cerchiamo di tenerti vivo.”

La prima impressione fu quella di un pugno contro il finestrino. Leo si voltò di scatto e vide una macchia; a prima vista sembrava un escremento di piccione, poi notò le crepe che avevano incrinato il vetro e con un certo stupore osservò la punta della pallottola insinuatasi oltre l’ultimo strato del vetro blindato. Stava per toccarlo, quando D’Amato lo bloccò. “Evita. Potrebbe essere stato ricoperto con qualche tossina. Ci sono pallottole rivestite da film polimerici che si disgregano prima di raggiungere il bersaglio. A quel punto la tossina è in superficie e potrebbe bastare toccarla per restarci. Di solito le usano quando i bersagli sono molto coperti. A proposito, devo avvisare i miei amici israeliani che i loro vetri sono perfettibili.”

“Semplice…” mormorò stranamente tranquillo Leo.

“Cosa?” D’amato lo osservava incuriosito.

“Nulla. Pensavo che semplice non significa facile.”

L’autista aveva già accelerato verso un altro ufficio.

 

Alessandro Curioni

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