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Se le scatole sono quadrate, perché le pizze sono rotonde

Lo avevano aspettato a casa, anzi di fronte alla porta. Come nella migliore tradizione si erano palesati alle sei del mattino e proprio perché si trattava di una consuetudine, aveva fatto in modo di rientrare alle nove.

Troppo prevedibili, come al solito. Non aveva alcuna intenzione di evitare l’arresto, ma almeno sarebbe uscito di casa vestito decentemente. Quando scese dall’ascensore e si trovò faccia a faccia con due dell’antiterrorismo incappucciati e armati fino ai denti, gli scappò una risata. I tizi notoriamente non erano dotati di un gran senso dell’umorismo e non apprezzarono, tanto che per poco non gli slogarono una spalla per ammanettarlo. Adesso si stava baloccando con l’idea di concedersi una bella vacanza. Sentiva la nostalgia di Parigi e si immaginava a passeggiare su Boulevard Saint Germain e bere un caffè in Place Saint André Des Arts. Le sue divagazioni furono interrotte dall’ingresso nel piccolo ufficio di quello che probabilmente doveva essere il procuratore. Era giovane, sicuramente uno di quelli rampanti e determinati a farcela, altrimenti un caso come il suo non lo avrebbe mai ottenuto. Si trattava del tipo di indagine che si affidava a qualcuno per fargli fare carriera oppure, se non era abbastanza furbo, per stroncargliela ancora prima che iniziasse.  Lo invidiava, ma soltanto perché doveva avere passato da poco i trenta, per il resto preferiva trovarsi da quella parte del tavolo.

“Buongiorno. Sono il procuratore Giuseppe Di Roccia.” Entrò con un grosso fascicolo sottobraccio e parlò con l’arroganza del potere distribuita uniformemente tra le sillabe.

Non riuscì a resistere e inclinò la bocca in un leggero sorriso. In fondo amava la presunzione dei giovani, avrebbe voluto fosse ancora sua.

“Buongiorno.” Rispose sollevando un singolo sopracciglio, atto non banale, del quale nessuno comprendeva la spaventosa difficoltà. In effetti la viveva come un sfida con se stesso, un modo per dimostrare che aveva un controllo assoluto di se e di quello che lo circondava.

Il giovane procuratore si accomodò sulla poltroncina, ignorandone deliberatamente l’assoluta scomodità. Finse di sfogliare con interesse il fascicolo, poi alzò lo sguardo verso il suo indagato. “Bene. Immagino che sappia di essere in una situazione molto precaria.”

La pausa, che doveva essere a effetto, gli consentì di intervenire. “Non lo immagino, ma sono certo che abbia intenzione di spiegarmelo.” Pur volendo essere provocatorio, si rese immediatamente conto di avere sprecato energie, perché il procuratore era già in modalità Qui comando io.

“Se guardo questo fascicolo mi domando per quale ragione sto perdendo tempo e non la sbatto in galera e poi butto via la chiave.”

“Forse perché in un paese democratico esistono i giusti processi?” Continuava a sprecare energie, doveva iniziare a comportarsi in modo razionale. Giurò che sarebbe stata l’ultima volta.

Di Roccia lo degnò di un sorriso sardonico. “Per quelli come lei, che si comportano con assoluto disprezzo della democrazia, appellarsi al giusto processo suona veramente come un’insolenza.”

“Grazie a questa sintonia, credo che riusciremo a capirci molto rapidamente… Non pensa?” Anche spergiuro… Stava decisamente invecchiando.

 “Mi ascolti molto attentamente, perché si trova pericolosamente vicino a farmi perdere la pazienza. Abbiamo tutte le prove che ci servono per condannarla per almeno dieci reati diversi di cui nove sono crimini informatici, uno, devo dire il più affascinante, è quello di attentato alla Costituzione.” Il procuratore si sporse verso il suo interlocutore. “Tuttavia potrebbe collaborare, nel qual caso, tutta la situazione… Come dire… Si stempererebbe.”

“Se mi sta proponendo un accordo, vorrei sapere fino a dove può spingersi?”

“Diciamo che, se mi fornisce la informazioni che mi aspetto, resta la violazione di sistema informatico e la diffusione di virus. Qualche attenuante la inventiamo. Tre anni, così in galera non ci entra neppure.” Il procuratore si appoggiò allo schienale della poltroncina, fissandolo, compiaciuto della sua generosità.

Giovanni D’Amato, consulente per la sicurezza informatica dei servizi segreti, tornò a pensare a Parigi, poi si stupì di se stesso, prendendo una decisione che non aveva alcuna giustificazione logica. Anni dopo si disse che in fondo quel Di Roccia gli stava simpatico, anche se finì per deluderlo profondamente.

“Senta. La sua offerta è generosa, ma non mi interessa per la semplice ragione che tra meno di due ore sarò fuori da questo ufficio. Non la sto prendendo in giro. Non mi fraintenda, ma temo che non abbia alcuna possibilità di trattenermi. La notizia del mio arresto sta risalendo la catena del potere, credo anche velocemente. Una volta arrivata in cima, un ordine farà il percorso inverso e si paleserà dalla porta alle mie spalle sotto forma di un agente che richiederà la sua presenza altrove. Poi tornerà in questo ufficio annunciandomi che posso andare.”

Sarà stato il tono rilassato e quasi umile o un’improvvisa illuminazione, ma l’effetto che ebbe sul procuratore fu chiaramente visibile dal suo linguaggio del corpo: una mano passata tra i capelli e poi sopra la bocca, una deglutizione fin troppo evidente, una postura improvvisamente più rigida. Era preoccupato che nelle parole del suo indagato ci fosse un fondo di verità.

“Per ammazzare il tempo, le garantisco soltanto quello, potrei raccontarle una storia.” Riprese D’Amato. “La consideri un racconto fantastico, quasi una fiaba, anche se il termine è improprio.”

 “Potrei considerarlo un’anticipazione di quello che mi giurerà quando scoprirà che nessuno verrà a salvarla.” Azzardò Di Roccia.

D’Amato sorrise, accavallò le gambe, si poggiò le mani in grembo e iniziò a narrare.

In un paese lontano, ma non troppo, la vita procedeva tranquilla. Il governo si incensava, l’opposizione strepitava, il parlamento si agitava, spesso senza costrutto, i cittadini erano perennemente incazzati e i servizi segreti… Beh, loro spiavano. Gli anni passavano gioiosi e nulla cambiava, poi arrivò la magia della Grande Rete e tante cose iniziarono a cambiare. Il governo twittava, l’opposizione  bloggava, il parlamento postava, spesso a sproposito, i cittadini chattavano, sempre perennemente incazzati e i servizi segreti… Beh, continuavano a spiare. Allen, Il capo dello SpIA (Servizi per Informazioni Attendibili), era una persona molto gentile e anche lungimirante, quindi comprese subito che la Rete era una grande fonte di informazioni, soprattutto perché tutti, ma proprio tutti, si mettevano in piazza. Miliardi di persone affidavano a Internet tutti i dettagli della loro vita e iniziarono a utilizzare il sistema nei modi più insoliti. In milioni compravano e vendevano ogni tipo di bene e servizio, tanto che molte aziende si specializzarono nella profilazione degli utenti, in modo che la pubblicità giusta arrivasse alla persona giusta, nel momento giusto. Altrettanti facevano in modo di essere geolocalizzati, così da potersi muovere senza conoscere i percorsi per andare da un luogo all’altro e per usufruire di servizi sempre più esotici, come ritrovare la propria auto nel caso si dimenticasse dove era parcheggiata. Allen, superò lo stupore per come veniva utilizzata la Rete. Il suo pragmatismo gli impedì di perdersi in congetture sui misteri del comportamento umano. Tutto questo lo rendeva veramente felice e per molte ragioni. In primo luogo i suoi uomini avrebbero potuto migliorare enormemente la qualità della loro vita senza appostamenti e pedinamenti, avrebbe potuto garantire la massima flessibilità d’orario con più tempo per la famiglia. A questo si aggiungeva un risparmio con un percentuale in doppia cifra sui costi: niente indennità per le professioni usuranti, questo grazie allo smart working, taglio secco agli informatori che sarebbero diventati obsoleti, drastica riduzione delle spese di trasferta (per esempio se il bersaglio è geolocalizzato vai a colpo sicuro). Fu così che lanciò il grande progetto di riqualificazione professionale SpIA 2.0, per trasformare tutto il suo personale in una truppa di hacker provetti. Ci furono le inevitabili resistenze al cambiamento. I più anziani sostenevano che il mestiere non era più quello di una volta. Un tale si presentò nel suo ufficio lamentandosi che adesso suo moglie pretendeva di andare all’IKEA una volta la mese, di fare dei week end fuori porta, ma soprattutto dicendogli che non aveva più alcuna buona ragione per stare in giro a dormire e per non partecipare alle riunioni di condominio. Non c’è rosa senza spine, Allen lo sapeva, ma continuò imperterrito e da principio i fatti gli diedero ragione. L’ambiente era più rilassato, i dipendenti più giovani contenti e i costi scesero vorticosamente, ma… Come tutti sanno a questo punto della storia c’è sempre una congiunzione avversativa che rovina il lieto fine.  Lentamente le informazioni da molte, diventarono tantissime e alla fine inevitabilmente troppe. I suoi dipendenti passarono dallo smart working al only working, i costi ripresero a crescere vorticosamente per la necessità di assumere nuovo personale e aggiornare sulle evoluzioni tecnologie quello già in staff. La spia era tornato ad essere un lavoro usurante. Allen di lambiccava il cervello alla ricerca di una soluzione arrivando perfino a concepire lo spionaggio on demand. Contrariamente a quanto molti pensano dei servizi, quando lavorano normalmente, non esiste un mandante: i dati si raccolgono tutti e il compito della buona spia è trasformarli in informazioni da rendere disponibili agli autorizzati. Il resto è mancato rispetto del codice deontologico. La rivoluzione dell’on demand avrebbe messo in discussione questo pilastro etico e morale, che Allen considerava un caposaldo, ma a volte nella vita si deve scegliere se bere o affogare. Nell’ora più buia ecco, come in ogni vera favola,  la svolta che favorisce il nostro eroe. A livello globale nasce il cloud computing, che concentra nella mani di pochi operatori una quantità di informazioni senza precedenti: pochi enormi obiettivi sui quali concentrarsi. Su scala nazionale, invece, Allen assiste una straordinaria fuga in avanti, che gli appare come un miracolo. La Grande Rete aveva prodotto una strana e nuova creatura, che aveva affermato la sua leadership sfruttando la possibilità, inconcepibile fino a dieci anni prima, di una vera democrazia diretta. Al grido di saremo il più grande parlamento che la storia abbia mai visto, era diventata la prima forza politica in campo dimostrando che Internet consentiva una vera partecipazione diretta dei cittadini. Questo attraverso la piattaforma informatica battezza Agorà, nome scelto non a caso, dal movimento che, dopo alcuni anni sotto il simbolo del Sole e della Luna, aveva fatto un rebranding ribattezzandosi Nuova Atene. Allen era entusiasta del sistema informatico. In milioni si iscrissero e per partecipare dovevano fornire un’anagrafica completa, rendersi sempre geolocalizzabili e permettere che tutte le attività svolte sui sistemi fossero tracciate. Era bellissimo. Una settimana dopo il lancio dell’iniziativa, Allen aveva organizzato una squadra di tre dei suoi uomini per analizzare il sistema. Dal punto di vista tecnico aveva alcune debolezze, ma era decisamente ben presidiato, così utilizzò una delle aziende legate ai servizi e specializzata in manutenzione di computer e smartphone. L’operazione fu abbastanza semplice. In una prima fase la società strinse una accordo con il movimento per fornire assistenza agli iscritti a prezzi molto competitivi. In un secondo momento fece infettare con un virus informatico una trentina di dispositivi elettronici di membri movimento. Quando furono portati in manutenzione li fece ricondizionare adeguatamente. Da quel momento ognuna di quelle macchine rappresentava un punto di accesso per i suoi uomini. Nel giro di venti giorni la piattaforma fu monitorata e analizzata. Essendo basata su un sistema Open Source i suoi programmatori svilupparono alcuni miglioramenti alle funzionalità che, però, aveva l’effetto collaterale di introdurre vulnerabilità tali all’interno del sistema da permettere di bypassare le misure di sicurezza. Quando le migliorie furono rese disponibili, i solerti amministratori della piattaforma le installarono senza esitare. Allen e i suoi stapparono una bottiglia di spumante per festeggiare: da quel momento in poi avevano completo accesso a tutte le informazioni contenute nei database e Allen annunciò che il passo successivo sarebbe stato quello di creare un specie di cruscotto, che consentisse una consultazione rapida dei flussi di informazione più significativi. Avrebbe voluto vedere in tempo reale il consenso sui disegni di legge, gli spostamenti fisici dei personaggi più in vista e più attivi, un allarme istantaneo nel caso di dibattiti particolarmente accessi tra esponenti del movimento sulle chat riservate. Tutto questo tanto per cominciare. Alla fine era contento sia per lo scenario internazionale, che stava concentrando tutte le informazioni nelle mani di pochi, sia per quello nazionale. Poteva andare meglio? Certamente. La buona notizia giunse meno di un anno dopo, quando anche gli altri partiti politici, terrorizzati da un’evidente perdita di consenso, decisero di sfidare il movimento sul suo stesso terreno e ognuno lanciò la sua piattaforma democratica. La fretta e il fatto che Agorà fosse una specie di standard di settore li spinse ad adottare in massa la stessa identica soluzione tecnologica. Questa volta  Allen e i suoi passarono al Dom Perignon, stappandone sette bottiglie in meno di due mesi: tutto il tempo necessario a ogni partito per lanciare in Rete il guanto della sfida al movimento. Felice: Allen aveva tutto dalla vita. Il flusso di informazioni era perfetto, gestito a monte dalle forze politiche, era ordinato, preciso e in tempo reale. I suoi uomini tornarono allo smart working e gli venne affibbiato il nomignolo di Deus Ex Machina, con una particolare accezione del senso originale del termine. Con tanto ben di Dio a disposizione, gli fu facile chiudere un paio di accordi internazionali per avere un accesso privilegiato ai grandi operatori del cloud computing…

“Procuratore. C’è una telefonata per lei.” Di Roccia si riscosse. Era rimasto affascinato dal talento di affabulatore di D’Amato. Il poliziotto si avvicinò con un cellulare in mano. Il procuratore fissò intensamente il consulente dei servizi segreti e prese l’apparecchio che gli veniva offerta. In totale il risultato fu 3 a 2 per i “si” sui “ma”. Questa la sequenza delle marcature: “si”, “ma…”, “si”, “ma…”, “si”.

Chiuse la comunicazione, fissò il suo interlocutore, poi parlò: “Aveva ragione. Può andare, ma almeno mi dica come va a finire.”

D’Amato si alzò e sorrise: “Ovviamente tutti vissero felici e contenti.” Adesso aveva altro a cui pensare: c’era un caffè che lo aspettava in Place Saint André Des Arts. Questo era il vero smart working.

Alessandro Curioni

 

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