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Piccole guerre crescono

Le sagome disegnate nell'oscurità da un brandello di luce proveniente dalla strada gli erano tutte familiari, ma una non doveva essere li.

“Quella di entrare in casa mia senza essere invitato è un'abitudine che devi perdere" disse Leonardo accendendo la luce.

Seduto sulla poltrona al centro della stanza Giovanni D' Amato stava immobile guardando un punto collocato appena oltre la spalla di Leonardo che resistette a fatica alla tentazione di voltarsi. Iniziare a giocare da una posizione di inferiorità non era una buona idea, soprattutto con un uomo pericoloso come il suo attuale ospite.
"Buonasera Leonardo. È un piacere vederti. Mi sei mancato". Esordì con una certa flemma.
"Non è una serata buona. Non provo alcun piacere nel vederti e speravo di poterti dimenticare". Una goccia di menzogna in un mare di verità, perché in fondo quando avevano lavorato insieme era stato un periodo molto stimolante e un po' ne sentiva nostalgia... molto poco.

“Purtroppo non abbiamo tempo per le recriminazioni e le proteste. La situazione è… complessa”. D’Amato  sorrise, accavallò le gambe, si poggiò le mani in grembo e…

“Fammi indovinare: stai per raccontarmi una storia”. Intervenne Leonardo Artico leggendo un linguaggio del corpo che bene conosceva.

L’oscuro e intoccabile Servitore dello Stato ammiccò e proseguì.

“In un paese lontano, ma non troppo, il governo twittava, l’opposizione bloggava, il parlamento postava, spesso a sproposito, i cittadini chattavano, sempre perennemente incazzati e i servizi segreti… Beh, continuavano a spiare….”

“Comprendo che questo è il tuo cavallo di battaglia, ma possiamo andare oltre”. Lo provocò Leonardo.

D’Amato lo osservò con una certa condiscendenza e precisò: “Da questo momento in poi ti garantisco che la storia cambia…”

“Allen, Il capo dello SpIA (Servizi per Informazioni Attendibili), difficilmente si lasciava intimorire e ormai pensava di avere una ragionevole comprensione di quel mondo oltre lo schermo in cui si giocavano molte partite decisive ma, come spesso accade, proprio quando credi di riuscire a controllare qualcosa, quella ti sfugge di mano. Aveva notato, senza comprenderne le implicazione, come ormai miliardi di persone si affidavano a oggetti intelligenti per tante bieche e ripetitive attività quotidiane. Frigoriferi smart con l’aiuto di assistenti vocali facevano la spesa, astuti e disponibili televisori selezionavano i programmi, termostati addestrati regolavano le temperature delle abitazioni, auto autonome sollevavano i guidatori dall’onere di prestare attenzione alla strada. Su scala più grande, algoritmi evoluti gestivano aeroporti e la rete ferroviaria, apparati centralizzati si occupavano dei sistemi semaforici delle città e, con un certo successo in termini di risparmio energetico, le intelligenze artificiali deboli governavano la distribuzione dell’energia elettrica. Per Allen questo significava una sovrabbondanza di informazioni a volte superflua, altre fondamentale. Non poteva dimenticare come, alla vigilia di una difficile seduta alla Camera, riuscì a spedire in ospedale sei parlamentari dell’opposizione semplicemente sabotando la loro lista della spesa telematica. Tre giorni in di lavande gastriche e passa la paura ma soprattutto la votazione. Tuttavia non aveva capito fino in fondo le implicazioni, almeno fino a quando non lo chiamò Helen, l’idioZia preferita da suo nipote Pietro. Era alterata, anzi sconvolta, e Allen ci mise almeno un quarto d’ora a organizzare i pensieri della signora. In estrema sintesi qualcuno riteneva possibile scatenare un conflitto che portasse alla disgregazione della Comunità di Stati del continente. Con grande preoccupazione Helen riferì che l’obiettivo era proprio il “paese lontano, ma non troppo”. Afflitto da una ormai strutturale fragilità economica e da una instabilità politica decisamente “stabile”, esso era evidentemente l’anello della catena più debole e aggredirlo avrebbe prodotto un effetto domino devastante. In un primo momento Allen obiettò che un attacco militare non sarebbe passato né inosservato né sotto silenzio, c’erano della alleanze. Fu a quel punto che la signora ebbe un attimo di lucidità e affermò che aveva ragione a meno che l’aggredito non fosse in grado di stabilire chi lo avesse colpito e questo diventava fin troppo facile se si fosse trattato di un attacco esclusivamente informatico…”

D’Amato fece una pausa che doveva essere a effetto, ma Leonardo, che in certe cose era piuttosto bravo, la sfruttò per intromettersi, non senza avere una sensazione di déjà-vu.

“Tutto questo ci porta nel mio salotto.”

 “Caro Leonardo, vuoi forse negare il tuo aiuto al paese nel momento del bisogno?”

Artico avrebbe voluto dire molte cose. A cominciare da fatto che non si fidava minimamente di un uomo che aveva tentato di farlo assassinare e aveva dedicato ogni attimo della propria vita alla conservazione del suo potere personale. Forse in questa lunga lotta aveva fatto, in via del tutto incidentale, qualcosa di utile per quel paese che sembrava avere necessità dell’aiuto di un abile, ma tutto sommato, oscuro esperto di sicurezza informatica anzi di cyber security, tanto per non essere come al solito fuori moda. Invece rimase in silenzio per almeno un minuto che in quella situazione non sembrava, ma era un’eternità. Poi all’improvviso Leonardo prese la sua decisione priva di qualunque logica, basata su quanto sosteneva un uomo incapace di dire la verità non perché bugiardo, ma semplicemente in quanto convinto che essa non esistesse..

“Va bene. Accetto.” Rispose restando in attesa di assaporare l’espressione stupita che si sarebbe dipinta sul volto del suo interlocutore che, inevitabilmente, non gli diede alcuna soddisfazione.

Giovanni D’Amato sapeva che non avrebbe resistito alla curiosità, quindi non aveva ragione per stupirsi. Semplicemente si concesse un breve compiacimento per avere guadagnato un paio di ore di tempo, messe in preventivo per convincerlo.

“Sono lieto che tu abbia accettato. Prepara un piccolo bagaglio: ti trasferisci in un posto sicuro, segreto e soprattutto tranquillo dove potrai conoscere le persone che ti aiuteranno nella missione.”

“Come trasferirmi?” domandò Leonardo.

“Non abbiamo molto tempo. Secondo le mie fonti abbiamo otto settimane prima che venga scatenato l’attacco”.

“Quindi sarò recluso per due mesi con decine di spie e militari. Non sono entusiasta della prospettiva e soprattutto il mio bagaglio non sarà piccolissimo.”

“Non ti preoccupare del vestiario, avrai una uniforme. Non puoi comandare dei militari senza averne una con il grado giusto”.

“Forse ti sei perso un pezzo della mia vita”. insinuò Leonardo. “Guarda che sono stato obiettore di coscienza”.

“Ho già rimosso quella parte del tuo passato. In realtà sei stato ufficiale di complemento e ti sei congedato come tenente. Oggi richiamato in servizio e promosso al grado di capitano.”

“Beh, nemmeno tanto in alto nella linea di comando. Forse per mettermi a capo di un esercito cyber dovevi sprecarti un po’ di più”.

“Tutto sommato per comandare un esercito cyber, come lo chiami tu, fatto di tre persone, il grado di capitano era perfino eccessivo, ma ho voluto esagerare”.

“Tre persone!!!” esclamò Leonardo. “Come accidenti faccio a difendere un intero paese con tre soldati?”

“Secondo te, se avessi avuto a disposizione un esercito, sarei venuto a cercarti?”

Leonardo non rispose, ma più tardi, quando a bordo di un’auto di servizio sfrecciavano verso il “posto sicuro, segreto e soprattutto tranquillo” fece una domanda. “L’ipotesi di un attacco informatico a infrastrutture critiche di un paese è uno scenario di cui si discute da anni. Possibile che tutto quello che lo Stato riesce a mettere in campo siano tre persone?”

D’Amato sospirò: “Come dico sempre il governo twitta, l’opposizione blogga, il parlamento posta, ma soprattutto questa volta qualcuno non ha compreso le implicazioni. Capita anche ai migliori e più raramente a me”.

L’auto si fermò a un semaforo e Leonardo volse lo sguardo al mondo fuori dal finestrino oscurato, una ragazza ne approfittò per specchiarsi e rammentò a Leonardo la ragione per cui aveva accettato: una guerra di quel genere poteva vincerla, anche da solo. Non perché fosse bravo o dotato di straordinarie abilità, ma per il semplice motivo che ne aveva già combattuta una analoga anche se molto più piccola. Quello che avrebbe fatto la differenza riposava da tempo in un spazio di memoria dell’hard disk del suo computer e se proprio fosse stato necessario lo avrebbe svegliato. Dal punto di vista di Leonardo non esistevano guerre che valesse la pena combattere, ma vincere sì.

Per chi fosse curioso, il finale di questo racconto è stato inserito nel mio libro Cyberwar.

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