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Per fare certe cose

Per fare certe cose, prima si deve essere capaci di immaginare che siano possibili

Lo vide arrivare da Place Saint Michel. Sorrise pensando che, il 23 maggio 1968, proprio da quella direzione giunsero le forze dell’ordine per bloccare la storica manifestazione studentesca, ormai degenerata in una sommossa. Giuseppe Di Roccia, di nuovo procuratore dopo una disastrosa esperienza politica, lo aveva individuato appena giunto in Place Saint André des Arts e avanzava verso di lui con passo deciso e sguardo incerto, simile al condannato a morte che procede verso l’inevitabile. Dopo avere percorso gli ultimi metri che lo separavano dal dehor della brasserie, Di Roccia giunse davanti al tavolo occupato da D’Amato, si guardò intorno per poi lasciarsi andare sulla sedia e farsi sfuggire: “Eccoci. Ancora una volta sulla breccia…” Cui D’Amato non poté fare a meno di rispondere con: “… Cari amici, ancora una volta, o chiudete l’apertura del muro coi cadaveri dei nostri commilitoni…”

“A tanto siamo giunti.” Il procuratore pareva sconsolato.

“Sembra proprio di sì, ma non mi sembra il caso di farne un tragedia.”

Di Roccia lo guardò come fosse Cristo risorto. Considerando che era notoriamente ateo, D’Amato si sentì quasi onorato dallo sguardo.

Restarono in silenzio per circa un minuto e quindici secondi, che è un sacco di tempo, poi il procuratore fece un profondo sospiro, lo fissò: “Per caso ha in serbo una delle sue favole educative?”

D’Amato non sorrise, come richiedeva la circostanza, si limitò a schiarirsi la voce. “Un’ottima domanda merita una pessima risposta. Ovviamente sì, se abbiamo tempo…”

“Tutto quello che serve. Credo…” Di Roccia sorrideva, anche se amaro.

“Bene, allora ordini un caffè, mi raccomando non espresso.”

“D’accordo. Sono tutto orecchie.”

D’Amato era già seduto, accavallò le gambe, appoggiò le mani in grembo e iniziò a narrare.

Nel solito Paese non troppo lontano stava accadendo qualcosa di molto grave, anche se nessuno lo percepiva. Allen era invecchiato. Per quanto i più siano convinti che nelle regole si celi la vera forza di un sistema giusto, i pochi saggi, invece, sono coscienti che soltanto i singoli, dotati di un’etica superiore possono sopportare l’insostenibile pesantezza del potere, senza restarne annoiati. Allen apparteneva a questa schiatta di superuomini, ma il tempo non fa prigionieri. Una notte per nulla tempestosa, chiamò nel suo ufficio uno dei suoi più fidati consulenti. Non erano mai stati in grande confidenza, ma Allen riconosceva la merda al tasto, almeno così diceva, e quel tizio era quello giusto, perché non era capace di immaginare certe cose e nella situazione serviva. Lo invitò a sedersi su una poltroncina di rara scomodità e gli illustrò un’idea assolutamente folle. Il Paese era a un passo dal baratro. l’Unità Permanente di Gestione Elettorale era uno strumento di controllo assoluto, che Allen aveva difeso con ogni mezzo, ma ormai tutti sapevano che non aveva più la forza fisica per sostenere l’enorme pressione. Il vecchio leone era stanco e i giovani maschi aspettavano di farlo a pezzi per prendere il suo posto, senza rendersi conti che gli altri branchi attendevano solo quello per spazzarli via. Quando avessero scatenato la guerra patricida, prima, e fratricida poi, gli altri avrebbero attaccato per la conquista della vera preda: l’Unità Permanente di Gestione Elettorale. Allen aveva la soluzione: il non più giovane consulente avrebbe dovuto tradire e produrre il più grande leaks nella storia del paese. La rivelazione della manipolazione avrebbe prodotto un’ondata di indignazione nei cittadini che chattavano, sempre perennemente incazzati. Il sistema politico sarebbe stato colto dal panico e la successiva frenesia avrebbe determinato l’immediato smantellamento dei Servizi, almeno così come erano stati organizzati, nonché la distruzione del sistema di controllo elettorale e politico. Successivamente, qualcuno avrebbe finito per pentirsene, ma sarebbe stato troppo tardi e per un certo periodo il Paese sarebbe stato quasi libero e Allen, svanito per cause naturali, si sarebbe tolto un gran peso dalla coscienza. Il capo dei Servizi voleva che il consulente realizzasse l’impresa nei modi che riteneva più opportuni e nei tempi che Allen aveva stabilito, cioè trenta giorni. Federico, novello Giuda, avrebbe voluto, forse anche dovuto, fare una grande quantità di domande, ma il Deus Ex Machina lo liquidò con: “Sarai solo. Non ti potrò aiutare in alcun modo e non dovrò sapere alcunché. Alla fine credo che dovrai sparire, per il tuo bene, perché non sei avvezzo agli eccessi della celebrità e soprattutto qualcuno potrebbe volerti morto. Addio.” Federico avrebbe potuto fare finta di nulla, restare in un confortevole anonimato, conservare il suo lavoro e aspettare, ma in quel caso sarebbe stato il suo capo a volerlo morto e questo non sarebbe stato un bene. Ringraziò, senza alcuna buona ragione, mentre lasciava la fastidiosa poltrona per entrare nell’altrettanto scomodo ruolo del traditore. Il suo piano era talmente banale che si trovò a domandarsi come mai Allen, un genio nel suo genere, avesse potuto lasciargli carta bianca. Quando lo mise in atto e alla fine ne apprezzò le conseguenze, ebbe la conferma della genialità del suo capo. In primo luogo doveva trovare un contatto esterno al quale fare trapelare le informazioni. Doveva essere un nemico dei Servizi, animato da una certa sete di vendetta. Esplorando gli archivi informatici, mirabilmente organizzati da Basilio, ne trovò alcune migliaia. Scartò i giornalisti (i migliori lavoravano più o meno consapevolmente per S.p.I.A.), i politici nemmeno li prese in considerazione. Passò in rassegna varie personalità della cultura e dello spettacolo le cui carriere erano state distrutte dai Servizi, ma i ragazzi di Allen avevano LAVORATO talmente BENE, che se avessero aperto bocca sarebbero stati seppelliti dalle risate. Si stava scoraggiando, quando un nome gli produsse un’improvvisa illuminazione. Il prescelto sapeva di essere stato stroncato nelle sue ambizioni politiche da Allen, inoltre aveva una vaga idea di cosa stava facendo S.p.I.A. Cosa altrettanto importante, era tornato al suo precedente mestiere di persecutore del crimine. Era credibile, in fondo era stato soltanto trombato alle elezioni, in una posizione di relativo potere e non si sarebbe fatto tentare dal prendere in controllo della struttura spionistica. Non ne aveva la possibilità e poi la sete di vendetta avrebbe prevalso.  Attraverso una serie di false identità, che previdentemente si era costruito sul web, prese contatto con il magistrato. Avrebbe potuto anche alzare il telefono e fissare un appuntamento, ma sarebbe passato per un millantatore e poi doveva fingere di essere in preda a crisi di coscienza. Il primo vero dialogo avvenne in una chat che Federico aveva appositamente creato nel deep web, su un nodo della rete TOR, quella anonima. In realtà organizzarla fu una specie di incubo, poiché l’interlocutore era di fatto un analfabeta informatico e a Federico venne quasi un colpo apoplettico quando il furbone disse che avrebbe chiesto aiuto al nipotino quindicenne che di informatica ne capiva. Il non più giovane consulente imprecò più volte, lo insultò mentalmente, poi si risolse a craccare il computer del magistrato e caricargli direttamente un documento che descriveva una procedura passo-passo per installarsi il browser TOR e raggiungere la chat nel deep web. Fatto questo si domandò se il magistrato si sarebbe fatto operare a cuore aperto dall’altro nipote di dodici anni che, secondo i dossier S.p.I.A., aveva un grande interesse per l’anatomia. Dopo dodici tentativi finalmente l’operazione di connessione riuscì e Federico rivalutò la possibilità dell’esistenza di Dio. Superati gli scogli tecnologici ci furono quelli psicologici. Centellinando le informazioni e mettendola giù adeguatamente dura, conquistò la fiducia del Servitore dello Stato, quello finto per il momento, perché quello vero lo serviva lui. Concluso il passaggio “ora siamo amici”, iniziò a fare fluire informazioni, sempre tramite la rete TOR, verso il magistrato, pregandolo di tenere lontano da quel PC il nipotino quindicenne e di non utilizzarlo per nessuna altra attività. In otto notti di chat e di fughe di notizie dagli archivi dei Servizi, l’uomo che era destinato a rivelare la più grande truffa elettorale della storia, riuscì a farsi un’idea abbastanza chiara della situazione e decise di procedere per piccoli passi. Disse che non voleva bruciare il suo contatto, quindi avrebbe cercato dei riscontri alle informazioni che gli erano state passate per potere sollevare il caso. Ecco! L’unica cosa che non voleva sentirsi dire. Riscontri? Forse pensava di avere di fronte dei dilettanti allo sbaraglio. Non avrebbe trovato un accidente! I concorrenti di Allen erano anni che tentavano di fregarlo senza riuscirci  e questo fenomeno pensava di raccogliere altre prove. Federico aveva diciotto giorni prima che il suo capo lo appendesse sotto qualche ponte. E questo era un problema. Per come si erano messe le cose rimpianse di non essersi rivolto alla criminalità organizzata locale, soprattutto all’unico superstite della famiglia che Laurenti aveva impiccato in una piazza. Quelli avrebbero reagito con maggiore sollecitudine. Inutile piangere sul latte versato. Per un’altra settimana fece pervenire al magistrato informazioni che avrebbero sconvolto qualsiasi essere dotato di senso comune. Data la riottosità del suo interlocutore a prendere per buoni i dati informatici, gli consegnò copie elettroniche di documenti cartacei in cui si stabilivano i canditati da trombare a fronte delle richieste di diversi gruppi industriali e organizzazioni criminali e terroristiche, che promettevano investimenti sul territorio, riduzione dei traffici di droga e dei crimini di strada e assenza di attentanti. Niente. Non c’era modo di convincerlo. Quando mancavano cinque giorni alla scadenza dei termini dettati da Allen, Federico prese il coraggio a due mani e si costituì, con una confessione di cinquanta pagine firmata e un dvd che conteneva le prove di quanto dichiarava. Dopo avere sbattuto fuori i poliziotti dal piccolo ufficio, la Legge lo affrontò a muso duro, accusandolo di essere un pazzo: non doveva uscire allo scoperto, adesso il problema della sua protezione diventava enorme, avrebbe dovuto coinvolgere molte altre persone e il segreto non sarebbe più stato tale. Continuò così per almeno venti minuti, poi Federico lo interruppe, spiegandogli che non c’era più tempo. Nei tre giorni successivi avrebbe dovuto imbastire il caso con tutte le prove che gli aveva fornito, diversamente le probabilità che  il suo testimone sarebbe stato fatto sparire erano alte e la sua grande opportunità di vendetta e riscatto sarebbe diventata la sua tomba, forse anche fuor di metafora. Dopo tre giorni di lavoro indefesso il fascicolo di trecento pagine vide la luce (un parto podalico nel medioevo sarebbe stato più semplice) e fu presentato ai vertici, che avrebbero autorizzato l’esecuzione dei fermi richiesti, facendo esplodere il bubbone. Non si può dire che non furono solerti, il fascicolo scalò a velocità supersonica la catena gerarchica e atterrò morbidamente sul tavolo di… Allen. Di fronte a tanto il capo del S.p.I.A. si presentò davanti al comitato di controllo per l’operato dei Servizi. Si mostrò scosso da quanto accaduto, spiegò chiaramente che si trattava di fantascienza, cosa sulla quale i membri, tutti legittimamente eletti dal voto popolare, convennero, per poi dargli carta bianca per fare pulizia all’interno dei Servizi. I giovani leoni furono liquidati la notte stessa e al di fuori dei Servizi fu chiaro che il capo era ormai posizionato al di là del bene e del male. Federico venne fatto sparire in modo non cruento. Lo stesso Allen lo raggiunse in aeroporto per ringraziarlo personalmente, facendogli presente che un suo ritorno non sarebbe stato gradito. Il non più giovane consulente ringraziò, ancora una volta senza una buona ragione, e si volatilizzò. Restavano da sistemare un paio di questioni. Affidò il compito a un altro consulente, il suo più fidato specialista in materia di sicurezza informatica. Gli chiese di predisporre un sistema che distruggesse, se necessario, l’intera infrastruttura utilizzata dall’Unità Permanente di Gestione Elettorale, compresi tutti gli archivi magistralmente creati da Basilio. Poi gli diede un altro incarico: risolvere la questione legata a quel solerte e vendicativo Servitore dello Stato, che si era esposto eccessivamente e adesso sembrava fosse scomparso nel nulla. “Rintraccialo e prenditene cura.” Furono le parole con cui Allen lo congedò.

“Il che ci porta in questa brasserie a Parigi.” Concluse Di Roccia.

“Eh si.” D’Amato fissò il caffè che il suo interlocutore non aveva nemmeno toccato. “Ne vuole un altro? Quello ormai è freddo.”

“Abbiamo tempo?”

“Direi di si.”

“D’Amato, perché tutto questo? E’ stata un’inutile forzatura. A parte il fatto che ci sono andato di mezzo io.”

“Procuratore, non deve preoccuparsi. Quando avrà finito il suo caffè si avvierà lungo Rue Saint-André-des-Arts. All’altezza di Rue Gît-le-Cœur sarà avvicinato da una donna armata che la farà salire su un van. Da quel momento il mondo perderà le sue tracce. Scoprirà come i Servizi possano essere efficienti e generosi con chi li ha serviti adeguatamente, anche se in modo inconsapevole.”

“Ringrazio, ma non ha risposto alla mia domanda. Perché?” Di Roccia non si rassegnava, voleva sapere.

“Il potere e il sistema sono intrinsecamente legati e coloro che desiderano il primo hanno strutturato il secondo in modo che le sue meccaniche tendano a preservare lo statu quo. Il vero problema è quando si deve agire all’interno del sistema per cambiare qualcosa. Ci vogliono persone particolari per farcela senza rompere tutta la cristalleria. Per fare certe cose, prima devi essere capace di immaginare che siano possibili e quando sei dentro il sistema in pochi ci riescono.”

Questa volta Di Roccia consumò il caffè, poi si alzò, appoggiò una mano sulla spalla di D’Amato, che la strinse sorridendogli.

“Tranquillo, magari ci rivedremo. Chi può dirlo?” Concluse D’Amato

L’ormai ex procuratore si avvio con passo incerto, ma con sguardo deciso, verso il suo destino.

D’Amato diede un’ultima occhiata alla sua piazza parigina preferita, poi si diresse verso Pont Saint-Michel. L’idea che non sarebbe tornato a Parigi per qualche tempo lo intristiva, ma gli impegni di Stato lo reclamavano. E non poteva sottrarsi.

 

Alessandro Curioni

 

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