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Lavori sporchi

È  uno sporco lavoro, ma qualcuno deve finirlo

Era stato prelevato appena aveva sceso l’ultimo gradino della scaletta e caricato in auto direttamente sulla pista di atterraggio. Si era appena svegliato e non aveva avuto la forza di opporre resistenza o anche soltanto chiedere spiegazioni, soprattutto perché il viaggio di rientro era stato perfetto. Si era imbarcato al JFK di New York nel pomeriggio e dopo il decollo era riuscito a trovare libera un’intera fila centrale. Con un ghigno quasi satanico si era impossessato di tutti i posti, sotto gli occhi benevoli di una hostess che aveva riconosciuto lo spirito del frequent flyer. In passato lo era stato, ma negli ultimi anni il lavoro lo aveva trattenuto “a terra”. Lo sguardo d’intesa che scambiò con l’assistente di volo lo consolò. Sapere che molto cambia, ma che certe cose restano sempre uguali ti fa sentire a casa. Poco dopo il decollo la fila di poltrone si trasformò nel suo letto. Più tardi, altri passeggeri avrebbero capito che si “poteva fare”, per questa ragione era importante segnare il territorio. Peccato che le piacevolezze del viaggio fossero soltanto un lontano ricordo, compresso come era tra due energumeni sui sedili posteriori di una BMW, che sfrecciava sulla corsia di emergenza dell’autostrada da Malpensa verso Milano a una velocità media da ritiro della patente. Trascorse il viaggio in uno stato di semincoscienza, pensando alla sua valigia che girava sul nastro trasportatore dell’aeroporto, come un bambino abbandonato. Erano le 8,50 del mattino del 24 giugno e, per essere stato prelevato con la forza, si sentiva insolitamente tranquillo. Finalmente l’auto si arrestò proprio di fronte… A casa sua! Conosceva almeno due persone che potevano organizzare uno scherzo di quel genere, ma non avevano quel tipo di umorismo. Salì le scale accompagnato dai due armadi a tre ante che gli avevano tenuto compagnia durante il viaggio e non si stupì minimamente quando il più alto dei due aprì la porta dell’appartamento per farlo entrare. Seduto sulla sua poltrona, un tizio lo accolse con un caldo sorriso: “Finalmente ci conosciamo signor Artico. Doveva succedere qualche mese orsono, ma persone troppo solerti lo hanno impedito. Piacere D’Amato, Giovanni D’Amato.” La mano dell’uomo si protese verso di lui e Leonardo la strinse, apprezzando il giusto vigore della stretta.

“Mi accomoderò.” Esordì Leo. “Facendo finta di essere a casa mia.”

D’Amato sorrise: “Apprezzo le persone di spirito e con il giusto grado di distacco dalla realtà. Nel suo caso si potrebbe dire nomen omen.”

“Già. Mi faccia capire la ragione per cui mi trovo nel salotto di casa mia a parlare con un perfetto sconosciuto che ha commesso almeno due reati, come l’effrazione e il sequestro di persona.”

“Ha tempo per una storia?”

“Potrei anche non averlo, ma ho la sensazione che lo debba trovare.”

D’Amato sorrise, accavallò le gambe, Appoggiò le mani in grembo e iniziò a narrare.

In un paese lontano, ma non troppo, finalmente era stata raggiunta la pace sociale e politica al punto che i cittadini, sempre più persi nel loro perpetuo chattare, erano un po’ meno incazzati del solito. l’Unità Permanente di Gestione Elettorale, che si occupava di manipolare il voto on line degli elettori, faceva un grande lavoro sotto la guida esperta di Allen. Parlamenti e governi si succedevano con  regolarità e riuscivano anche a legiferare qualcosa di sensato e su temi che avevano un qualche interesse per la popolazione. Non sempre i provvedimenti erano equi, ogni tanto saltava fuori qualche legge ad personam, ma in fondo qualcosa poteva sempre sfuggire. Allen, sempre dominus indiscusso dello SpIA, era molto soddisfatto per avere portato la corruzione a un livello accettabile, cioè non da terzo mondo, e soprattutto del lavoro del suo ultimo Parlamento, frutto di elezioni che avevano visto la vittoria schiacciante dei fautori della democrazia diretta. Il risultato non era stato facile da raggiungere e aveva richiesto la mano pesante. Trombare l’ex primo ministro nel suo collegio per fare eleggere un oscuro maestro elementare aveva costretto l’Unità Permanente di Gestione Elettorale a modificare il sessanta per cento dei voti. Nei mesi successivi la città oggetto della manipolazione aveva vissuto un picco di divorzi, crisi familiari, tentati omicidi, risse nei bar e nelle sedi di partito, perché, come scrisse il principale giornale locale, vicino all’ex premier: “Nel segreto del proprio account elettorale i cittadini avevano tradito il loro leader e adesso era caccia aperta ai Giuda.” In ogni caso il risultato di questa operazione fu l’introduzione del Referendum Propositivo Popolare on line come strumento di governo per una serie di provvedimenti chiave in materia di economia, politica estera, istruzione e sicurezza. Allen e il suo staff si trovarono a gestire una trentina di consultazioni l’anno, ma le sgradevoli sorprese si ridussero drasticamente e i parlamentari iniziarono a sentirsi meno potenti, finendo per determinare un ulteriore decremento della corruzione. Allen rilevò che ormai il Paese aveva un livello di disonestà politica talmente basso da non essere credibile, quindi si ripromise di intervenire sulle amministrazioni locali per favorirne la ripresa. Un tasso zero di scandali politici avrebbe incuriosito un sacco di osservatori e non era proprio il caso. Lo SpIA, comunque, era diventato un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. La sua capacità di fornire informazioni non attendibili, ma certe; di mantenere il Paese non allineato alle politiche degli alleati, ma essere di fatto una guida per coerenza e ragionevolezza, era riconosciuta universalmente e i Servizi di mezzo mondo non esitavano a chiedere il supporto anche operativo dello SpIA, purtroppo non sempre con la necessaria tempestività. Quando accadde il fattaccio, in un Paese non proprio vicino a quello non troppo lontano, Allen era a casa e stava costringendo suo nipote a fare i compiti. Il marmocchio di nove anni era luciferino quando si trattava di studiare e il non più giovane capo dei Servizi faceva una fatica micidiale, soprattutto perché non poteva ricorrere alle tipiche tecniche coercitive che in passato gli avevano dato tante soddisfazioni. Niente strappo delle unghie, vietata la privazione del sonno, proibita la simulazione dell’annegamento. Quel giovedì stava diventando un calvario e avrebbe dovuto immaginare che una giornata del genere non poteva riservare buone notizie. Il telefono di casa iniziò a squillare. Non più di dieci persone al mondo lo conoscevano e otto erano i suoi corrispettivi in diversi paesi, con i quali aveva instaurato dei legami personali molto forti e ben al di là del lavoro “Pietro, rispondi al telefono, che mi sto preparando il caffè.” Il nipote, che non vedeva l’ora di abbandonare il tavolo a cui era costretto, balzò come un felino sull’apparecchio. Allen capì in una frazione di secondo che forse aveva commesso un errore. E il nipote lo confermò:

“Pronto. Sono Pietro... Ciao, quando mi porti un regalo… Presto? Magari domani. Wow!... Ti devo passare il nonno? Aspetta. Nonno c’è l’IdioZia per te.” Ecco, il suo fantastico nipotino che lo citava testualmente.

“Pietro!” sibilò. “Il nonno scherzava, quando ha definito così la zia Helen.” In fondo non era bello fare sapere al capo dei servizi di un Paese alleato che le sue cappellate non passavano inosservate.

“Cara Helen. Come stai… IdioZia? Guarda hai capito male. Non credi? Ti assicuro. Comunque cosa succede?”

Allen si incupì molto rapidamente. “Questo è grave… Non siete stati voi… Capisco, ma adesso abbiamo un problema… Helen non credo che aiuterà la causa, è talmente grossolano che tutti faranno il ragionamento inverso e nel segreto della cabina elettorale sarà ancora più facile… Va bene, non conosco i tuoi connazionali, ma tu mi avevi rassicurato… Sei fiduciosa, sono contento, ma tienimi informato… Domani? Non si può fare, vorrà dire che Pietro pazienterà. Facciamo settimana prossima. Ciao a presto.”

Allen guardò il nipote con aria di sfida: “Ti mancano due problemi di matematica e nei prossimi venti minuti li farai.” Pietro stava già per inalberarsi, ma il capo dei Servizi sfoderò il suo ghigno più crudele. “Hai le unghie molto lunghe…” Venti minuti dopo i compiti erano finiti e Allen stava ridisegnando mentalmente l’intero continente. Telefonò in ufficio per convocare una riunione d’urgenza e chiedere di uno specifico agente che in situazioni analoghe era stato di fondamentale importanza. Quando il giovane si presentò gli passò le consegne: “Pietro deve andare a dormire alle ventidue ora locale, non farti infinocchiare con le dirette intercontinentali della televisione satellitare. Non puoi usare alcun tipo di violenza, ma puoi proteggere la tua vita, senza però fargli in alcun modo del male. Assecondalo, ma niente panini con la Nutella. Tutto chiaro?”

“Si, signore.”

“Perfetto, per le emergenze sai come rintracciarmi.”

L’autista lo attendeva in strada e dopo meno di un quarto d’ora era in ufficio con i suoi più stretti collaboratori pronti a essere aggiornati.

Finalmente a suo agio Allen, spiegò la situazione. Il capo dei Servizi del Paese non proprio vicino lo aveva chiamato per riferire che il barbaro omicidio costato la vita a un parlamentare, fatto che ormai riempieva le cronache televisive e on line, era stato l’atto di un perfetto squilibrato. Identico a quelli pseudo-terroristici che avevano insanguinato il Paese molto più lontano. Come sempre, però, se la fortuna È cieca, quell’altra ci vede benissimo e l’assassinio in quel preciso momento aveva turbato il precario equilibrio del Paese, sul punto di andare al voto per un referendum che avrebbe potuto spingere la nazione fuori dagli accordi politico-economici che legavano un intero continente. Il deputato, fervente sostenitore di tali accordi, era stato ucciso al grido di prima la nostra nazione. Secondo Helen la situazione poteva giocare a favore del fronte dei favorevoli al mantenimento delle alleanze, Allen la pensava in modo diametralmente opposto perché il delitto era stato talmente pacchiano che anche l’ultimo dei contadini avrebbe pensato a una cospirazione tesa a creare il martire. Di conseguenza il Paese sarebbe uscito dall’alleanza. A questo punto, Allen aveva immaginato il resto della storia. Gli imbecilli, che avrebbero esultato per il loro giorno dell’indipendenza, non sarebbero riusciti a capire di avere creato un terribile precedente. Salvo rarissime eccezioni, ogni nazione ha le sue minoranze e quelle locali avrebbero colto l’occasione per rivendicare la propria indipendenza, ovviamente tramite un referendum. A questo punto le possibilità erano due: il pugno di ferro del governo centrale che rispediva al mittente la richiesta oppure l’accettazione dell’inevitabile dissoluzione del Paese. Per Allen la prima ipotesi era inaccettabile per una serie di ottime ragioni. Un atteggiamento di quel tipo avrebbe potuto riportare le lancette del tempo indietro di quarant’anni. Il capo dello SpIA immaginava le manifestazioni delle minoranze, la tensione che cresceva e i morti che inevitabilmente ci sarebbero stati. Il resto era scritto: violenza chiama violenza, qualcuno sarebbe entrato in clandestinità e il terrorismo indipendentista sarebbe ritornato come uno spettro dal passato. Poi il contagio, Paesi sempre meno lontani avrebbero subito la stessa sorte, ma questa volta c’era di mezzo la Rete e Allen sapeva fin troppo bene quanto poteva essere pericolosa. Gli tornò alla mente la battuta di un film che aveva visto da giovane in cui un suo connazionale si rivolgeva a un conterraneo di Helen con la celebre battuta: “Quando i miei compatrioti costruivano le fognature, i suoi si dipingevano la faccia di blu.” Certe cose cambiavano, altre sembrava proprio di no. Una nuova ondata di terrorismo interno al continente non era tollerabile, quindi si doveva procedere a una disgregazione controllata di tutto ciò che naturalmente non voleva saperne di restare insieme. Allen stava richiamando i suoi allo sforzo supremo, quando fu interrotto da una telefonata dell’agente distaccato a casa sua, che chiedeva se due albicocche erano ammesse in sostituzione del proibitissimo panino alla Nutella. Dopo una breve riflessione acconsentì, a patto che il pargolo SI lavasse di nuovo i denti. Tornò a fissare il suo staff e lanciò un semplice messaggio: “Se finisce come temo, ci toccherà portare a termine il lavoro che hanno iniziato altri. Non dovremo avere esitazioni o dubbi. Sarà un percorso lungo, difficile e per concluderlo dovremo dare fondo a tutte le nostre risorse. Alla fine di tutto, dovremo mettere al loro posto anche quelli che hanno dato inizio a questa storia e fargli passare una volta per tutte il vizietto di mettere periodicamente a ferro e fuoco il nostro continente.”

D’Amato fece una pausa che doveva essere a effetto, ma Leonardo, che in certe cose era piuttosto bravo, la sfruttò per intromettersi.

“Tutto questo ci porta nel mio salotto.”

“Lo sapevo che ero nel posto giusto.” Riprese D’Amato. “Caro Artico, non sono sicuro che lei faccia parte dei buoni e avrei molte domande da rivolgerle in merito agli eventi di qualche mese orsono, ma credo che possa essere di grande aiuto alla nostra causa.”

Leo si allungò sul divano e fissò il suo interlocutore con un mezzo sorriso stampato in faccia. “Come può un esperto di sicurezza informatica, che non si è mai interessato alla grande politica internazionale, essere di aiuto ai Servizi? Voi avete i migliori.”

“Non deve sottovalutarsi. Noi sappiamo tutto quello che è successo. La sua persona e la sua equipe potrebbero dare un contributo fondamentale. Le nuove tecnologie sono la chiave per il controllo delle nazioni e noi reclutiamo tutti coloro che le comprendono nelle loro più intime logiche. Nel nostro Paese abbiamo raggiunto l’assoluta stabilità e non possiamo accettare che venga compromessa dall’inettitudine altrui. Attendo una sua risposta.”

Leo si giocò la sua ultima provocazione: “Guardi che sarei anche anarchico… Per vocazione.”

Questa volta a sorridere fu D’Amato: “Perché, noi no?”

 

Alessandro Curioni

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