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L’informazione logora chi non ce l’ha

Era arrivato a piedi e ora stava osservando, con una punta di nostalgia, l’Università degli Studi di Milano.

In via Festa del Perdono aveva trascorso alcuni degli anni più belli della sua vita e in quel momento si stava domandando come un giovane laureato in filosofia avesse finito per diventare un consulente “molto speciale” dei Servizi in materia di sicurezza informatica. Si ricordava ancora suo padre il giorno della laurea magna cum laude: si era commosso e gli aveva detto: “Ora puoi mettere il tuo eccezionale cervello al servizio del bene”. Poi erano successe tante piccole cose, un incontro molto particolare e una vicenda che dimostrava come inevitabilmente la realtà superasse qualsiasi fantasia. Qualche anno dopo era andato a cena dai suoi genitori e aveva confessato di essere diventato un dipendente statale di tipo particolare. Suo padre prima si era incupito poi decisamente incazzato e aveva chiuso dicendo: “Ti avevo detto che potevi mettere il tuo eccezionale cervello al servizio, non nel Servizio.” Scacciò i pensieri, che si stavano affollando nella sua testa, regalando un mezzo sorriso al ricordo di Anna, prima di congedarlo insieme agli altri… Che storia strana. Voltò le spalle all’edificio e si trovò di fronte all’ingresso della casa di Leonardo Artico. A quel punto un ultimo ricordo, impavido, balzò fuori dalla sua memoria. Lo accolse con un sorriso. Si rammentò di una conversazione con il suo reclutatore e mentore nei Servizi. “Caro Giovanni, non ti invidio. Ti aspettano giorni difficili. Ai miei tempi era facile depistare e guadagnare tempo. Noi avevamo gli anarchici. Combinavi un casino e quelli erano lì. Quattro indizi stupidi e avevi un decennio per seppellire la cazzata che avevi combinato. Se vuoi lavorare bene devi trovare i  tuoi anarchici.” Al momento lo aveva preso alla lettera e si era insinuato nell’ambiente. Dopo un paio di incontri, un simpatico signore barbuto lo aveva avvicinato: “Ehi biondo, mi sembri uno sveglio. Andiamo a farci un Gin Rosa e ti racconto come realizzeremo la nostra utopia al grido di saumon et champagne pour tout le monde.” Dopo quell’aperitivo, anche se leggermente sbronzo, Giovanni comprese come i suoi anarchici non dovevano, anzi non potevano, essere i veri anarchici.

Artico lo aveva provocato con una battuta (forse?), ma oggi avrebbe chiamato il bluff. Questa volta si era limitato a telefonargli, evitando azioni spettacolari come quella di qualche settimana prima. Giovanni D’Amato voleva reclutare Artico e stava dando fondo a tutte le sue risorse. Prima aveva mostrato i muscoli prelevandolo in aeroporto e facendosi trovare direttamente nel suo salotto di casa, nei giorni successivi aveva fatto in modo che venisse a conoscenza della migliore offerta di un suo concorrente in una gara di appalto con una grande azienda a partecipazione “parastatale”, la settimana seguente gli aveva fatto pervenire alcune preziose informazioni che avevano permesso al suo caro amico, il capo della Polizia Postale, di smantellare la più grande organizzazione italiana di truffatori on line. Questo, in particolare, gli era costato un certo sforzo visto che Parodi, il numero uno della postale, cercava continuamente di fare la pipì nel suo vasino e poi avevano un conto in sospeso, che risaliva a qualche mese prima. D’Amato lo stava corteggiando con assiduità, ma dopo tre settimane e una serie di iatture, che messe tutte in fila avrebbero fatto sembrare Romeo e Giulietta un’opera buffa, aveva deciso di rompere gli indugi.

Leo lo ricevette sorseggiando un ginseng. “Buongiorno D’Amato. Qual buon vento la porta?”

Artico aveva una caratteristica che il consulente “molto speciale” dei Servizi trovava piuttosto inquietante: non sapevi mai cosa pensava veramente e questa era una delle ragioni per cui lo voleva fortemente al suo servizio.

“Di buono nulla. Piuttosto lei mi sembra di ottimo umore.” Rispose D’Amato. “posso immaginare che le cose vadano per il meglio”.

Leo sfoderò un sorriso sospeso tra complicità e crudeltà. “Non credo che immagini qualcosa. Direi che sa.”

“Già. Io so. Spero che abbia apprezzato, ma a questo punto dobbiamo concludere il nostro affare perché le mie ultime settimane sono state piuttosto complicate e ho necessità di forze fresche.”

Artico si lascò andare sulla poltrona. “Quali sarebbero i termini della questione.”

D’Amato si sedette di fronte a lui, accavallò le gambe, si poggiò le mani in grembo e iniziò a narrare.

Nel ben noto paese lontano, ma non troppo, il governo aveva smesso di twittare a sproposito, l’opposizione di bloggare inutilmente, il parlamento di postare senza una buona ragione, i cittadini chattavano, non più incazzati, ma piuttosto incuriositi da come il mondo stesse andando a rotoli, mentre il loro paese sembrava vivere in una specie di bolla di tranquillità, se non economica, almeno politica e sociale. In tutto questo Allen lavorava diciotto ore al giorno e Basilio, il capo del gruppo di archivisti dello S.p.I.A., che organizzava le informazioni raccolte dall’Unità Permanente di Gestione Elettorale e dalla neonata Unità Permanente di Infiltrazione, arrivò a quota venti. In particolare la seconda dava dei problemi. Allen l’aveva costituita per penetrare i sistemi dei Servizi stranieri e rifornirli di informazioni il più delle volte false, raccogliendo invece quelle vere. La parte di infiltrazione era stata facile. Il modello dello S.p.I.A. era invidiato da tutti e avevano fatto la fila di fronte all’ufficio di Allen per avere supporto per la creazione di strutture simili. Il capo dello S.p.I.A. aveva nicchiato prima, centellinato gli aiuti poi e infine aveva benevolmente accolto le sempre più pressanti richieste di aiuto in cambio di informazioni preziose e in nome di un mondo migliore. In fondo non poteva cedere subito, sarebbero diventati tutti sospettosi. I consulenti, spediti da Allen in giro per il mondo ad aiutare, avevano fatto il loro dovere, installando malware di vario genere sui sistemi degli alleati e permettendo la nascita dell’Unità Permanente di Infiltrazione. A capo dell’unità era finito Lavrenti. Allen sapeva che era inadatto al ruolo. Un agente vecchio stampo che preferiva l’accetta al fioretto e non in senso figurato. Tuttavia la nuova dimensione dei Servizi avrebbe obbligato Allen a pensionare il caro Lavrenti, perché certe brutalità non erano più necessarie e le punizioni esemplari arrivavano on line. Alla fine prevalse l’affetto e questo fu un male per la qualità della vita di Allen e di Basilio, che in quel preciso momento lo stava osservando con occhi stanchi.

“Capo non si può andare avanti così. Voglio bene a Lav, ma non conosce la materia. Per carità, segue le procedure con una pignoleria maniacale, ma non posso dirgli ogni cosa, deve prendere qualche iniziativa.”

“Capisco e spero di trovare una soluzione nei prossimi giorni. Adesso però devo fare il punto con il Circolo, perché mi sembra che qualcuno sia fuori controllo. Tra venti minuti parto.”

“Potresti farti accompagnare da Lav. Magari gli parli.”

“Cosa dovrei dirgli? Di essere creativo?”

“Non lo so, ma io devo dormire ogni tanto.”

“Senti. Diciamo che, in un modo o nell’altro, la prossima settimana risolvo.”

“Ci conto.” Basilio si trascinò stancamente fuori dall’ufficio.

Il Circolo Ristretto era stato voluto proprio da Allen e riuniva i suoi riferimenti in diversi paesi alleati e soprattutto controllati dallo S.p.I.A. La base scelta era stata quella di un paese molto vicino a quello non troppo lontano, un po’ per tradizione, qualsiasi seria istituzione sovrannazionale aveva sede lì, un po’ perché Allen era comodo. Tutte le volte che superava il confine aveva un pensiero ricorrente. Si immaginava quel paese come il tizio che incontri a tutte le feste e quando lo saluti ti chiedi perché è stato invitato: mai una bella battuta, un colpo a effetto, un litigio o una semplice discussione. Il tale si limita ad annuire con fare intelligente ai discorsi più o meno sconclusionati di altri ospiti. Alla fine della festa non lo vedi mai, ma il giorno dopo scopri, che aveva invitato alcuni ospiti per un fine serata a casa sua. Guarda caso quelli che avevano qualcosa da nascondere o qualche problema da discutere al riparo da orecchie indiscrete.

Il Circolo non aveva un calendario d’incontri definito, ma funzionava “a chiamata”. Questa volta era stato proprio Allen a convocarlo, perché ormai alcuni avevano superato il segno.

Quattro ore dopo era sulla via del ritorno con la certezza di avere chiarito il suo pensiero e il dubbio che alcuni non avessero capito. Eppure gli sembrava di essere stato chiaro.

Il primo tema affrontato riguardava Thierry, soprattutto perché sembrava sull’orlo di una crisi di nervi. Allen gli manifestò tutta la solidarietà per l’infausto periodo che stava attraversando e di come certe celebrazioni producevano migliaia di assembramenti inutili, ma inevitabili. Una manna per i terroristi. Comunque doveva estendere il monitoraggio sugli stranieri residenti. Inutile rompere le scatole agli altri, soprattutto a lui, bloccando le frontiere per impedire l’ingresso degli immigrati. I terroristi li aveva in casa e doveva mettere sotto controllo le comunità sospette, se poi questo richiedeva spiare anche una decina di milioni di cittadini innocenti non poteva essere un problema. Allen gli suggerì di usare meglio la limitazione delle libertà personali ed eventualmente gli offrì il supporto di Lavrenti, che sorrise felice. In ogni caso, prima degli ultimi due attentati gli aveva comunicato l’intensificarsi della propaganda sul web e gli aveva fornito informazioni sulle aree geografiche di provenienza delle connessioni internet verso i siti integralisti. A quel punto Thierry aveva sbottato dicendo che in realtà Allen non era del tutto onesto. Avrebbe dovuto fornire anche le indicazioni che consentissero ai suoi esperti di individuare i siti oltranzisti e quindi agire di conseguenza. Inoltre non passava mai le sue fonti e nemmeno le soluzioni tecnologiche che utilizzava per intercettare e poi analizzare i dati che transitavano sulla Rete. Allen lo guardò quasi con curiosità, poi gli disse di tranquillizzarsi e di scendere dal pero, perché il video del suo Ministro dell’ Interno poteva ancora essere pubblicato su Youtube. Proprio in quel momento, dall’altro capo del tavolo, Kemal si fece scappare una risata e questo produsse in Allen un livello di irritazione superiore, soprattutto quando si vantò di essere uno dei pochi a fare buon uso delle informazioni che riceveva. Allen si vide costretto a domandare al buon Kemal quale parte della telefonata, in cui lo avvisava che non era il caso di utilizzare un attentato come strumento di politica estera, non fosse chiara. Se proprio doveva, le perdite umane dovevano essere minime, ma evidentemente anche quella parte gli era sfuggita. Chiuse la frase lanciando un’occhiata al vetriolo a Nikita, che si trovava alla sua destra. Tuttavia, ancora più grave era stata la questione del colpo di stato. Pensava di essersi spiegato bene quando gli aveva fornito l’informazione e comunicato che era un’ottima occasione per consolidare la situazione politica interna. Forse si era perso il suggerimento sulla base del quale i golpisti avrebbero dovuto essere arrestati prima che agissero, in modo da evitare inutili spargimenti si sangue. In ultima analisi, Kemal doveva smetterla di comportarsi come se fosse nel medio evo. In caso contrario Allen avrebbe rispedito lui e la sua infrastruttura informatica all’età della pietra, così la prossima volta che aveva bisogno di un’informazione poteva inviare un piccione viaggiatore.

Sistemate le questioni urgenti, Allen sciolse la riunione del Circolo. La prima ad andargli incontro fu Helen, che aveva portato un pensiero per il suo diabolico nipotino. La donna adorava Pietro, così i due combinarono una cena per il week end successivo e la cara Helen avrebbe avuto Pietrino tutto per lei. Infine si trovò faccia a faccia con Jurgen. Alto poco meno del capo dello S.p.I.A., aveva i lineamenti squadrati e, nel suo intimo, si considerava l’unico all’altezza di Allen, ma soprattutto ne condivideva quasi sempre le posizioni. Gli strinse vigorosamente la mano e si complimentò per avere rimesso al suo posto Kemal, per poi chiedergli un incontro privato, possibilmente nelle successive due settimane. Aveva un progetto. Definiti luogo e data i due si lasciarono e Allen si soffermò per un istante a osservare il suo capolavoro che si allontanava. Jurgen era considerato l’enfant prodige dello contro-spionaggio. Questo grazie a una serie di straordinarie intuizioni, che in meno di due anni lo avevano portato a essere il braccio destro del quasi pensionabile capo dei servizi locali. Purtroppo il percorso era stato lungo e complicato, perché Jurgen lavorava in un Paese in cui strutture parallele e servizi deviati non erano propriamente graditi. Una sorta di blocco culturale, con conseguente scarsa flessibilità. Dopo averlo selezionato per la sostanziale affinità rispetto agli suoi obiettivi strategici, Allen lo aveva foraggiato, spesso di nascosto, con informazioni di prima mano e anche regalandogli qualche fonte. Così Jurgen si era convinto di essere molto bravo e questo, unito alla sua genetica rigidità mentale e alla fiducia riposta in Allen avrebbe fatto in modo che, al momento giusto, si sarebbe lanciato nell’abisso, senza dubitare per un istante di marciare gloriosamente verso un trionfo.

Allen ripartì per tornare a casa nel tardo pomeriggio. Alla guida c’era il fido Lavrenzi. “Capo, posso chiederti una cosa?”

“Certo Lav, dimmi pure.”

Il buon Lavrenzi confessò quanta fatica facesse nel suo nuovo ruolo. Non si sentiva adatto. Quando aveva sentito che forse avrebbe potuto tornare sul campo, sul territorio di Thierry, aveva avuto un brivido di piacere. Ora chiedeva rispettosamente ad Allen di aiutarlo.

“Ancora una volta qualcosa ci porta nel mio salotto.” Leo interruppe il racconto, sorridendo in modo sinistro.

“Ogni volta che ci incontriamo lei conferma i miei migliori sospetti.”

“Carissimo è arrivato il momento di sbilanciarsi. Cosa mi offre?”

 D’amato finalmente poté rilassarsi: “Qualcosa che non potrà rifiutare.”

 

Alessandro Curioni

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