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Chi ha detto che le ciambelle devono avere i buchi

“Una mela al giorno toglie il medico di torno…  Un proiettile ogni tre e ti senti come un re.”

“Devo smetterla di farti frequentare i miei amici anarchici.”

“Cercavo di sdrammatizzare.” Roberto Gelmi, braccio destro di Leonardo, osservava il suo datore di lavoro e soprattutto amico, sorridendo con la sua dentatura migliore.

Non che ne avesse altre, ma aveva l’insolita abilità di ridere i molti modi e i denti apparivano diversi, certe volte anche storti. Leo era sempre stato incuriosito da questa capacità. Si abbandonò sulla poltrona posta al centro della stanza che gli avevano messo a disposizione in uno degli uffici di D’amato.

“Come vanno le cose in azienda?” chiese Leo

“Ci manchi molto…”

“Finiscila di dire idiozie.”

“Va bene. Facciamo festini tutti i giorni e dopo le sei anche orge con ragazze di facili costumi e le paghiamo con la carta di credito aziendale. Tutti fanno un gran tifo per il killer. A proposito le quote ti danno vivo cinque contro uno.”

“Ho detto di smetterla di dire imbecillità.”

“Senti Leo, sei veramente insopportabile. Non ti riconosco. Per meglio dire: non sei tanto diverso dal solito, ma non fai alcunché per nasconderlo.”

Leonardo si rassegnò e si fece scappare un accenno di risata.

“Ci sono riuscito!” Esultò Roberto. “Quello era un sorriso!”

“Mezzo… Per la precisione. Comunque apprezzo i tuoi sforzi, ma non quelli di D’Amato. Hanno tentato di assassinarmi due volte in meno di una settimana e continua a lavorare in modo sotterraneo, cercando di depistare. Sparge false informazioni come se stesse seminando l’orto di casa. Tutto questo ammesso che la sua teoria sia corretta. Se fossi veramente bravo nessuno saprebbe che esisto, sarei un’ombra, segregato in luogo segreto e…” Leo ebbe un’improvvisa ispirazione e si bloccò.

“Ti avevo detto che dovevi stare lontano dai servizi segreti. Sono diversi da noi.” Roberto aveva approfittato della pausa di Leo per dire la sua, ma si bloccò notando lo sguardo perso nel vuoto dell’amico. “Ti è venuto un ictus?”

“No, ci mancherebbe anche quello.”

“Sai come si dice: piove sempre sul bagnato.”

“Beh, quando hai finito con i luoghi comuni, i proverbi e la saggezza popolare, magari ti spiego.”

“D’accordo. Mi taccio.”

Nel cervello di Leo si andò componendo il quadro d’insieme. I dettagli, anche i più stravaganti, trovarono il loro posto e poi l’affresco gli apparve in tutta la sua… bellezza.”

“È geniale!” esclamò. “Perfetto nella  costruzione. Non casuale da principio alla fine. Visionario come poteva essere la Cappella Sistina nella testa di Michelangelo…” Leo sembrava esaltato.

“Beh, quando hai finito con le iperbole, magari mi spieghi.” Interloquì Roberto.

Leo aveva iniziato a comportarsi come una tigre in gabbia e si tormentava un sopracciglio. D’un tratto si arrestò e fissò Roberto, poi si sedette al tavolo appoggiato alla parete, estrasse la sua agendina, strappò una pagina e scrisse un lungo messaggio. “Roberto devi farmi un favore. Consegna questo.”

“Leo mi devi spiegare.”

“Non ora.”

“L’ultima volta che non lo hai fatto, alla fine ti avrei ammazzato.”

“Fidati, adesso proprio non posso.”

Roberto aprì il biglietto e lo lesse. Alzò uno sguardo perplesso sull’amico. “Stai scherzando?” sbottò. “Ma soprattutto: pensi che veramente lo farà?”

“Credo di sì. Adesso vattene. Non abbiamo tempo da perdere.”

Leo lo accompagnò alla porta presidiata da due guardie del corpo, un uomo e una donna. Dopo averlo salutato si spostò nel salotto del piccolo appartamento. Lo riteneva un palcoscenico più adatto rispetto allo studio per il nuovo atto della commedia. Si accomodò su una poltrona e riprese ad apprezzare il quadro mentale che si era composto: troppo bello per non esaminarlo nei suoi più intimi dettagli. Se non sbagliava i calcoli, errore che non poteva permettersi, avrebbe dovuto aspettare almeno un’ora prima di fare la telefonata.

Quando Roberto giunse al comando della polizia postale aveva già elaborato il lutto. Negazione: “Non ci posso credere. Aveva giurato che non mi avrebbe più tenuto nascoste le sue intenzioni.” Rabbia: “Basta! Questa volta mollo lui e la sua azienda di m…” Contrattazione. “Forse se gli parlo… Magari riusciamo a capirci…” Depressione. “Non mi merito un trattamento come questo. Non ancora una volta.” Accettazione. “È fatto così. Se mi è andata bene fino a oggi ci sarà una ragione. Inutile insistere.”

Per non perdere tempo chiamò sul cellulare Sara Agreti, la più fidata collaboratrice del capo della polizia postale di Milano e attese che lo venisse a prendere all’ingresso. Dieci minuti dopo stava osservando Elio Parodi mentre offriva una straordinaria prova dell’espressività del suo volto, un po’ meno delle sue facoltà linguistiche e, dopo una serie di “Ah!” “Eh!” “No!” “Mah!”, concluse con: “Roberto, dimmi che sta scherzando.”

“Assolutamente no.”

Parodi si lasciò andare sulla poltrona. “Ha scritto che gli devo un favore… Anche piuttosto grande.”

“È vero.” Commentò Roberto.

“Cosa?”

“Lo ha scritto e anche che sei in debito. Ero presente.”

“Sì, mi ricordo perfettamente.”

“Ma tutto questo è ridicolo. Non posso fare una cosa del genere.”

“Leo dice che puoi.”

Si vedeva chiaramente che Elio era combattuto, poi si rivolse a Sara. “Tu cosa ne dici?”

“Potrebbe essere divertente.”

“Sara, un po’ ti odio quando fai così.”

Leo aveva telefonato e non attese molto prima che il suo interlocutore si presentasse. Giovanni D’amato, consulente “molto speciale” dei Servizi entrò nel salotto con fare circospetto.

Leonardo lo attendeva con dipinto sul viso il sorriso sinistro che sfoggiava sempre nelle grandi occasioni. Il dettaglio non sfuggì a D’amato che increspò le labbra in segno risposta.

“Intuisco che abbiamo qualcosa di cui parlare.” Esordì D’amato.

“Se vuoi accomodarti, ci sarebbe la giusta conclusione di una storia che vorrei narrarti.”

“Interessante… Non attendevo altro.”

D’amato si accomodò in poltrona, accavallò le gambe e pose le mani in grembo.

Artico si allungò sulla poltrona, incrociò le dita portandole all’altezza del mento e prese la parola.

Quando il caro Allen incappò nell’inequivocabile segno del destino, al quale non credeva, rappresentato da un caso di sicurezza nazionale che coinvolgeva un’organizzazione criminale, scoprì che la faccenda si era risolta grazie a un brillante, quanto oscuro, consulente in materia di sicurezza informatica. Considerando la sue recenti sfortune con quelli oscuri, per prima cosa diede ordine di preparare il dossier. Non una semplice informativa, ma un fascicolo di dettaglio, una di quelle cose costosissime, in cui si segnalava non soltanto quante volte l’obiettivo andava a pisciare, ma anche quanta ne faceva. Dopo due settimane arrivò il plico e dopo due ore di lettura era preoccupato, anzi inquieto perché non c’era nulla che potesse essere veramente utile al suo scopo. Questo Philip non nascondeva alcunché di particolare. Chiese un approfondimento e i suoi peggiori timori furono confermati. A quel punto sguinzagliò i suoi mastini. La situazione doveva essere tenuta sempre sotto controllo, gli informatori avevano l’obbligo di riferire continuamente, nessuna notizia doveva essere trascurata, fosse anche un pettegolezzo. Il tempo passava e non accadeva nulla. Allen vide le streghe e la conferma della regola secondo cui i tuoi peggiori timori si traducono in realtà. Non aveva nulla per tenerlo in pugno. Tuttavia il suo obiettivo aveva la priorità. Prima tentò di rapirlo, ma con scarso successo. Sapeva che avrebbe dovuto affidare l’incarico a Lavrenzi, ma lo voleva con una valigia in mano e non dentro la valigia, quindi ripiegò su altri agenti, ma evidentemente il lavoro dietro la scrivania li aveva fiaccati. Alla fine lo reclutò personalmente, con minacce prima, corrompendolo poi e alla fine con le lusinghe, che scoprì essere il suo punto debole. E questo fu il momento dell’illuminazione e concepì il suo piano: geniale nella sua semplicità, ma per nulla… facile. La collaborazione diede ben presto i suoi frutti, grazie al contributo di Philip e del suo staff e, dopo la prima operazione di successo, osservandolo mentre si congratulava con tutti, decise di fare scattare l’operazione. Convocò Lavrenzi e gli affidò il compito di fingere di uccidere Philip, considerando quanto fosse pignolo il suo collaboratore precisò che doveva soltanto tentare, senza riuscirci. Se per caso il suo nuovo pupillo fosse defunto, Lavrenzi e i suoi discendenti e ascendenti di tutti i gradi non avrebbero visto l’alba del giorno seguente. Non era vero, ma il suo uomo amava le situazioni drammatiche, gli piaceva una certa epica da film di spionaggio e Allen non voleva deluderlo. Quando, con precisione chirurgica, Lavrenzi fallì il primo attentato, Allen aveva già fatto la prima mossa, catturando l’attenzione di Philip, spostandola sul fatto che la sua vita fosse in pericolo. Questo era soltanto l’inizio perché il secondo tentativo avvenne in modo da creare la manipolazione perfetta. Mentre Allen stregava Philip con le lusinghe, Lavrenzi falliva per la seconda volta. Tutto lasciava intendere che la partita era vinta, ma non è questo il finale della storia.

Leonardo fece una pausa, ma non abbastanza lunga perché D’amato potesse interferire.

“Veniamo a noi. Sei andato terribilmente vicino al successo, ma hai commesso un piccolo errore. Non hai resistito a compiacerti di te stesso. La storia di cui volevi ti raccontassi il finale è stata la briciola che mi ha permesso di ricostruire il quadro generale. Sono rimasto abbacinato da quanto sei stato brillante. Mi hai lasciato pochi indizi cui aggrapparmi. Il buon Michelangelo Algido che parla di servizi, militari e mercenari. La situazione di Beppe di Roccia, l’ex procuratore che ti è tanto caro, semplicemente perché lo manipoli a tua discrezione. Il modo troppo discreto con cui cercavi di liberarmi della mia fama di fenomeno, quando in altre occasioni avevi distrutto carriere in pochi giorni. L’idea di controllo assoluto che ispira ogni tua mossa, contrapposta alla libertà di azione di cui avevo sempre goduto. Infine il tuo costante, sottile adularmi. Sei veramente il migliore che abbia mai conosciuto.” La pausa questa volta fu deliberatamente lunga, perché Leo aveva bisogno che D’amato facesse la mossa successiva.

“In fondo non ti ho mai adulato e il punto cui sei arrivato lo dimostra, ma facevo semplici constatazioni. Certo il tuo ego e la tua sensibilità verso le lusinghe sono state un’arma potente, ma sembra non sufficiente. Tuttavia hai scoperto il gioco troppo tardi, anche soltanto per uscire da questa casa.”

Leonardo si allungò sulla poltrona e cancellò qualsiasi espressione dal volto. “Fuori da questa casa ci sono dodici agenti di polizia sotto il comando del tuo amico Elio Parodi e tra meno di dieci busseranno a questa porta per prelevarmi. Ora, poiché non credo che tu voglia scatenare un conflitto a fuoco tra servitori dello Stato, penso di potermi alzare da questa poltrona, salutarti con una stretta di mano e uscire da questa casa.”

Per la prima volta da quando lo conosceva un leggero, assolutamente impercettibile, tremito scosse D’amato. Fece un cenno e uno degli agenti che si trovavano nel corridoio alle sue spalle avanzò. Sussurrò poche parole all’orecchio della donna e quella si allontanò. Pochi istanti dopo si ripresentò nel salone annuendo.

“Complimenti Leonardo. Sei stato bravo e ti sei guadagnato il lasciapassare per uscire da questo appartamento, ma fuori di qui chi ti proteggerà?”

Leo era già in piedi ed era tornato a sorridere. Si avvicinò a D’amato e si piegò su di lui. “Tu, Giovanni. Tu mi proteggerai, almeno fino a quando vorrai tenere in vita The Cyrcus e i tuoi servizi. Quando mi hai reclutato avevi delle aspettative e da parte mia non avevo intenzione di deluderle. La creatura governata dal fido Beppe Di Roccia nasconde nei suoi anfratti tecnologici un tanto piccolo, quanto antipatico virus informatico, che per tua sfortuna affligge anche gran parte dei sistemi informatici della tua organizzazione. Fino a quando sarò vivo nulla disturberà il loro funzionamento, ma in caso di mia dipartita potrai dire addio a tutto quanto. A proposito sai quanto i miei ragazzi e io siamo bravi nel costruire virus informatici. Sono certo che ti ricordi.”

Leonardo si alzò e si diresse verso la porta d’ingresso.

“Leo.” Lo richiamò Giovanni. “Potremmo ancora collaborare.”

“Magari su base saltuaria.” Rispose senza voltarsi e aprendo la porta per lasciare l’abitazione.

D’amato era rimasto seduto riflettendo sul fatto che non tutte le ciambelle riuscivano con il buco, ma in fondo restavano ciambelle. Con Artico ci sarebbero state altre occasione per lavorare insieme, perché a certe cose restava molto sensibile. Aveva provato a fare il “colpo grosso”, sapeva che era un rischio, ma alla fine andava bene così. Il bilancio era ancora positivo.

Leo scese con una certa sollecitudine le quattro rampe di scale che lo separavano dal portone e si trovò all’aria aperta. Elio Parodi uscì dall’auto appeno lo vide.

“Sali in macchina, per favore.” Gli disse con una punta d’irritazione.

 “Ciao Sara.” Leo salutò l’agente alla guida, mentre si accomodava sul sedile posteriore.

“Ciao Leo. Tutto bene?”

“Si grazie. Certo che voi donne siete proprio soggetti difficili.”

Sara non riuscì a trattenere una risata.

“Cosa accidenti ridi!” Le urlò dietro Elio. “Questo squilibrato che abbiamo appena caricato in auto mi ha costretto a simulare un’operazione di polizia per sottrarlo alle grinfie di un’amante. E tu ridi.”

Elio tirò fuori il biglietto che Leo gli aveva fatto pervenire. “Senti qui: Elio posso contare soltanto sul tuo aiuto. Sono disperato. Due sere orsono ho fatto una follia e sono finito a letto con una sconosciuta. Temo che abbia perso la testa per me, così le ho detto che era il mio ultimo giorno di libertà perché ero stato condannato in via definitiva per un crimine orrendo, del quale non volevo parlare. Per tutta risposta ha affermato che mi avrebbe tenuto nascosto, per sempre. A quel punto le ho detto che la polizia postale mi avrebbe rintracciato tramite il cellulare, ma, in un momento di distrazione, ne ha preso possesso facendolo a pezzi. Sono riuscito a fare entrare in casa Roberto, spacciandolo per un mio vecchio complice. Soltanto tu mi puoi salvare. Metti in scena un’operazione di polizia e se entro trenta minuti da quando arrivi sul posto non sono uscito, fai irruzione. Ricordati che mi devi un favore e anche bello grosso. Ti aspetto. Tuo Leo.”

Elio si interruppe, ma riprese subito: “Tuo Leo?! Guarda che non siamo mica amanti… noi. Un’operazione di polizia! Non ci credo, ma l’ho fatto veramente.”

“Beh. Io mi sono divertita.” Commentò Sara, ignorando la successiva occhiata al vetriolo del suo capo.

“Con questo siamo pari Elio. Consolati.” Disse Leonardo, mentre il piccolo corteo di auto lo riportava alla sua vita.

Si appoggiò allo schienale pensando a come sarebbe stato il prossimo incontro con D’amato, perché di certo la storia non finiva qui.

 

Alessandro Curioni

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