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Alcune cose cambiano, altre no

E quando Alessandro vide l'ampiezza dei suoi domini pianse,  perché non c'erano più mondi da conquistare. E quando Beppe vide l’ampiezza dei suoi domini pianse, ma non per le stesse ragioni del condottiero macedone.

Osservando il suo tablet sfogliava decine di pagine web che offrivano tutto quanto di illegale poteva esistere sul pianeta. Integerrimo persecutore di criminali prima e fustigatore del malcostume poi, oggi spacciava droghe, trafficava armi, vendeva identità e carte di credito rubate. Suo era il più grande mercato nero del dark web: “The Cyrcus”. Era temuto, rispettato e apparentemente intoccabile e noto nell’ambiente con l’alias di “Barnum”. Uscì sulla grande terrazza del suo attico milanese tirando su col naso. Era triste, orribilmente triste. A nulla era servito l’annuncio dello smantellamento della più grande organizzazione di trafficanti di organi dell’Est Europa. Quando la notizia aveva invaso i siti web prima, le televisione poi e infine, con inevitabile ritardo, i giornali, Di Roccia lo sapeva da più di una settimana. Nei mesi precedenti i criminali lo avevano contatto per  trovare un approdo sicuro dove vendere la loro merce. La trattativa era durata a lungo, sotto la guida degli uomini di D’amato, che si spacciavano per i portavoce del famigerato “Barnum”. Una lenta raccolta di informazioni, mentre i maledetti continuavano a mietere vittime. Finalmente Artico aveva annunciato che il suo gruppo era pronto a colpire. I dati raccolti dai Servizi permettevano di mettere in piazza gli affari dei trafficanti di organi, senza compromettere la copertura di “The Cyrcus”.  A quel punto, in qualità di garante tra le parti, Di Roccia aveva dato il suo assenso all’uso delle informazioni. Tecnicamente non aveva capito bene come si era svolta l’operazione. Sapeva che, grazie a un virus informatico particolarmente molesto, da un account di un membro di basso livello dell’organizzazione era partito un messaggio verso i Servizi americani. La comunicazione annunciava il pentimento del criminale e la sua disponibilità a confessare tutto, svelando l’esistenza di un traffico di organi sul scala mondiale. Come tutti si aspettavano venne bollato come mitomane. Il virus di cui sopra, però, aveva fatto pervenire lo stesso messaggio, anche ai capi dell’aspirante pentito. Fu così che il ritrovamento della testa del millantatore in un luogo e del corpo in un altro, indusse i funzionari di oltreoceano a tornare sui propri passi. A questo punto i portavoce di Barnum si dimostrarono decisamente seccati, poiché questi dilettanti erano finiti nell’occhio del ciclone e la loro “scarsa professionalità” rischiava di mettere a rischio “The Cyrcus”. Gli altri venditori presenti sul Mercato Nero iniziarono ad agitarsi e uno di essi, guarda caso quello che aveva presentato i trafficanti di organi, fu messo sotto pressione dagli uomini di D’amato. La questione era semplice: Come intendeva rimediare al pasticcio? Il delinquente dimostrò una rara onestà intellettuale e si assunse la responsabilità dell’errore, ammettendo che forse non aveva fatto le opportune verifiche. In ogni caso avrebbe risolto la questione. Il signore rivendeva armi, che acquistava dai Servizi russi, e mosse i suoi contatti. Per un caso “fortuito”, noto anche agli uomini di “The Cyrcus”,  il suo referente a Mosca era in guerra aperta con un “collega”, incidentalmente corrotto dai dilettanti di cui sopra. Questa pazzesca serie di “coincidenze” mise in moto il meccanismo. In meno di un mese, un’operazione di polizia congiunta russo-americana rase al suolo l’organizzazione. La sera stessa, nell’attico in centro a Milano, i suoi due “tutori” lo raggiunsero per brindare.

“Beppe, sei contento? Fammi un sorriso” D’amato lo guardava con curiosità. “Non fare quella faccia. Sembra ti sia morto il gatto.”

“Lascialo stare Giovanni.” Artico intervenne in sua difesa. “Cerca di capirlo. Potrebbe arrestare mezzo mondo e invece niente. Credo che questa operazione gli appaia come la montagna che partorisce un topolino.”

Di Roccia non rispose. Gli avevano spiegato più volte come “The Cyrcus” non poteva in alcun modo risultare la fonte delle informazioni degli arresti, altrimenti il giocattolo si sarebbe rotto irrimediabilmente. Artico lo aveva paragonato all’operazione, che durate la Seconda Guerra Mondiale, portò alla decrittazione del codice Enigma. Se improvvisamente gli inglesi fossero stati in grado di prevenire tutti gli attacchi nazisti, cosa sarebbe successo? I tedeschi avrebbero cambiato Enigma e addio informazioni. Nell’occasione D’amato aveva concluso la conversazione con un enigmatico: “Ci sarebbe anche un  altro gioco, ma questo non è il tavolo adatto.”

Adesso era sulla terrazza e quella conversazioni gli appariva molto lontana. Beppe si voltò verso una delle sue guardie del corpo. “Franco mi recuperi dei fazzolettini di carta e potresti chiedere a Lisa se dalla cucina fa uscire un paio di tramezzini con prosciutto crudo e brie. Magari anche un calice di vino. Dille il bianco. Il Cervaro del 2007, ottima annata.” Il suo solerte collaboratore si volto dirigendosi verso le cucine e Di Roccia si ritrovò a fissare la sua nuca, riflettendo sul fatto che avrebbe dovuto dirgli di tagliarsi i capelli.

In quello stesso momento, in via Conservatorio, all’altezza di quello che una volta era un cinema per bambini, Leonardo Artico stava fissando un’altra nuca.

“… Nella Repubblica Socialista Sovietica, faro di civiltà, non era retribuito che con incentivi ideologici: l’operaio che produceva di più aveva la foto al posto d’onore nella mensa, poteva anche avere un telegramma di Stalin e nei casi più fortunati una medaglia di ferro placcata oro: vuoi un telegramma?” Aldo Giannuli si stava rivolgendo a un giovane, forse di belle speranze. “Puoi contribuire. Hai i mezzi per farlo. Non cedere agli ozi…”

“… Di Capua.” Leo non riuscì a resistere e intervenne.

Serio in volto, il ricercatore si girò verso  di lui, poi sorrise. “Pessimo! Che piacere vederti.”

“Ottimo! Non ho resistito alla tentazione di salvare il giovane al tuo fianco.” Leo restituì un ghigno soddisfatto.

“Vergognati! Sono quelli come te che oziano e cincischiano, intanto il PIL cala… Dove sono gli scritti che mi avevi promesso.”

“Sei di memoria lunga. Cosa vuoi, lo sporco capitalista che mi paga lo stipendio, cioè io, mi obbliga anche a fare dei lavori extra. Non coglie la mia missione di narratore per il tuo blog.”

“Tu non devi lavorare per i biechi capitalisti, ma per il sole socialista dell’avvenire che io rappresento e che, per questo, non paga!”

Leo rivolse il suo sguardo al giovane studente che assisteva alla conversazione annuendo con fare intelligente. “Fai attenzione alle menti brillanti, tendono a essere anche piuttosto furbe.”

“Prof, adesso vado. Ne parliamo alla prossima lezione.”

Giannuli fece un vago cenno di assenso e tornò a concentrarsi sull’inatteso interlocutore. “Non soltanto non produci, ma lavori per il nemico di classe perché ti paga e tradisci la causa che non ti paga!!! E non ti paga per non offenderti. Oltre a questo allontani giovani leve con i tuoi modi da miscredente.” Aldo fece una pausa. “Allora settimana prossima mi mandi qualcosa di nuovo?”

Leo non ebbe alcuna esitazione. “Così sia. Avrai soddisfazione la prossima settimana. Mi raccomando usa il solito pseudonimo.”

“Bene, bene. Vedrai che avrai delle grandi soddisfazioni. Anzi dovremmo riprendere tutti quei progetti che sono rimasti a marcire nei cassetti, magari potrebbe produrre anche una qualche forma di reddito.”

“Non ti preoccupare, sai che per la causa sono sempre pronto a lavorare gratis. Questo nonostante sia leggermente anarchico.”

“Perché io no?”

“Questo mi è stato detto in un tempo e luogo diversi da un’altra persona. Credo che andreste d’accordo.”

“Presentamelo, almeno troverò qualcuno che possa aiutarmi a riportarti alla ragione.” Aldo fece una pausa a effetto per passare a cose più prosaiche. “Aperitivo?”

“Va bene, facciamo al Gin Rosa, ma pago io.”

“Vedremo. Non pago alcune cose, ma altre sì.”

I due si avviarono verso Piazza San Babila. Leo conosceva da anni lo storico e saggista, emigrato da Bari a Milano con successo. La sua carriera per le procure era storia e il suo talento di affabulatore lo portava in giro per le televisioni. Politicamente era impegnato e  interessato. Leo aveva messo in giro la voce secondo cui “alla nascita era un destro naturale, poi diventato mancino per coerenza politica.” Tutte le volte che ci pensava gli veniva da ridere. Aldo rideva meno, ma nessuno è perfetto.

Chiacchierando del più e del meno arrivarono allo storico locale milanese. A pochi passi dall’ingresso Giannuli sussurrò. “Nasconditi… Subito… Adesso ci vede.” Leo, che stava osservando una vetrina, fu preso alla sprovvista, girò lo sguardo di scatto e fu troppo tardi. “Il compagno Giannuli e il Compagno Artico! Salud y Anarchia. Cosa fate da queste parti?”

Luciano Lanza, in barba, occhiali e giacca, si era palesato di fronte all’ingresso del Gin Rosa, cosa non tanto strana visto che dava del tu a tutti i camerieri e li conosceva per nome. Dal punto di vista di Leo, Lanza aveva una valenza “storica”. Una volta gli aveva detto che l’anarchia italiana era divisa in due periodi: AL e DL, cioè Avanti Lanza e Dopo Lanza. Il buon Luciano si era limitato a rispondergli: “Cretina!” che nel gergo lanzesco, se rivolto a un maschio, è una forma idiomatica per dimostrare, nell’ordine: affetto, stima e “in fondo un po’ hai ragione”.

“Stavamo per prendere un aperitivo, ma forse dovremo cambiare locale visto chi lo frequenta.”

Lanza ignorò completamente la seconda parte del commento di Aldo: “Ottimi. Allora siete miei ospiti.” Disse, facendo retromarcia.

“In realtà avevo invitato Leo.”

“Il solito fascista.” Proruppe Luciano. “Pago io e adesso andiamo.”

Giannuli guardò Leo con il suo mezzo sorriso: “Quante volte te l’ho detto?”

Leo, già sorrideva. “Almeno un milione.”

“Posso ancora una.”

“Si certo.”

“Luciano è la dimostrazione di come non tutti gli anarchici siano anche libertari.”

Giannuli scuoteva il capo, Artico rideva e Lanza disse… “Cretina!”

“Capisci è gente come Leo che con il suo atteggiamento da sfaticato militante produce danni incommensurabili al nostro PIL.” Aldo non mollava, ma ormai era diventata una sorta di gag permanente.

“A proposito. Ci sarebbe il nuovo numero di Libertaria.” Intervenne Luciano. “Beh. Cosa scrivete?”

A Libertaria giustamente non si sfuggiva, ma Leo era in un periodo un po’ intenso e difficile da spiegare agli amici. “Conta su di me. A breve ti faccio sapere.” Disse senza esitazioni.

“Ottimo, però vorrei…”

“Ah! Non dire altro.” Lo interruppe Leo. “Prima mi mandi il titolo del numero e poi ti dico.”

“Piuttosto Leo, dimmi cosa succede nei reconditi anfratti di Internet?” Si intromise Aldo.

“Il solito. Gente che truffa, gente che viene truffata. Tutti che non capiscono come funziona o, per meglio dire, come dovrebbe funzionare. Per il resto non ci sono grandi novità. Anche se…”

“Scusate se interrompo, ma il signor Artico ha un impegno urgente.” La voce di D’amato era come al solito pacata. Il consulente “molto speciale” dei Servizi era apparso dal nulla alle spalle di Leo e su una spalla gli aveva appoggiato la mano.

“Giovanni!” ribatté Leo. “Veramente avremmo dovuto vederci tra un’oretta. Sei in anticipo e soprattutto nel posto sbagliato.”

“Scusa Leo, ma c’è un piccolo cambiamento di programma e dato che il tuo telefono è in modalità silenziosa mi sono preso la libertà di rintracciarti.”

“E’ possibile che la conosca?” Aldo fissava D’amato con una certa intensità.

“Si, è molto probabile professor Giannuli, ma, come lei, fatico a ricordare la circostanza.” D’amato puntò il suo sguardo verso Luciano. “Anche Lanza mi è noto, ma eravamo molto più giovani. Leo dobbiamo andare.”

“Carissimi sembra che il dovere mi chiami. Per farmi perdonare pagherò io.”

“Non ti preoccupare.” Intervenne Giovanni. “Ho già provveduto. Mi sembrava il minimo visto che interrompevo un riunione tra amici.”

Leo seguì D’amato fuori dal locale.

“Dimmi quanto è grave perché sei un uscito di un bel pezzo dalle regole che ci siamo dati.” Leo era abbastanza innervosito.

“Non qui. Ti spiego tutto quando saremo arrivati.” Salirono a bordo dell’auto che li attendeva e dopo dieci minuti erano nel parcheggio del palazzo in cui si trovava l’attico di “Barnum”.

In silenzio entrarono in casa, mentre Di Roccia stava sorseggiando il suo terzo bicchiere di Cervaro e li attendeva nel grande soggiorno, fissando il panorama milanese dalla grande finestratura che dava sul terrazzo.

“Bene, Giovanni.” Esordì Leo. “Adesso puoi parlare.”

“Sì, D’amato. E’ il momento di dare delle spiegazioni. Ho tre valige di bagagli pronte nella camera accanto e non ho idea di cosa significhi.”

Il consulente “molto speciale” dei Servizi fece un profondo sospiro. “Qualcuno lo vuole morto.”

“Beh, non è una grande novità.” Fece Leo perplesso. “Di Roccia o Barnum che sia, ha un gran numero di nemici.”

“No, Leo. Sei tu quello che vogliono morto.”

Leo, con molta più calma di quanto immaginava si sedette su una poltrona. “Affascinante.” Disse. “Hai dei sospetti?”

D’amato si sedette. “No, ma penso che tu invece ne abbia qualcuno.”

 

Alessandro Curioni

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